Ci sono storie che non urlano, non cercano l’eroismo, non hanno bisogno di proclami, eppure rimangono addosso come una ferita che non si rimargina. La storia di Diana Budisavljević è una di queste. Era una donna austriaca , moglie e madre, che viveva a Zagabria durante la Seconda guerra mondiale, una vita apparentemente ordinaria precipitata nell’orrore dello Stato Indipendente di Croazia e dei campi di sterminio ustascia. Quando venne a sapere che migliaia di persone – soprattutto bambini serbi ortodossi, ma anche ebrei e rom – venivano deportati e lasciati morire in luoghi come Jasenovac , non scelse la via più comune, quella dell’impotenza mascherata da prudenza. Non disse “non si può fare nulla”. Cominciò invece a fare ciò che poteva, in silenzio. Organizzò una rete di donne, raccolse cibo, vestiti e medicine, falsificò documenti, pagò tangenti, affrontò funzionari e militari, e riuscì persino a ottenere il permesso di entrare nei campi per portare via i bambini. Li strappava let...
"Niente è più necessario ed utile ad un generale del conoscere le intenzioni ed i progetti del nemico. Quanto più difficile è l'acquisizione di questa conoscenza tanto maggiore è il merito di chi riesce a prevederla". Niccolò Macchiavelli