Ci sono storie che non urlano, non cercano l’eroismo, non hanno bisogno di proclami, eppure rimangono addosso come una ferita che non si rimargina. La storia di Diana Budisavljević è una di queste. Era una donna austriaca, moglie e madre, che viveva a Zagabria durante la Seconda guerra mondiale, una vita apparentemente ordinaria precipitata nell’orrore dello Stato Indipendente di Croazia e dei campi di sterminio ustascia. Quando venne a sapere che migliaia di persone – soprattutto bambini serbi ortodossi, ma anche ebrei e rom – venivano deportati e lasciati morire in luoghi come Jasenovac, non scelse la via più comune, quella dell’impotenza mascherata da prudenza. Non disse “non si può fare nulla”. Cominciò invece a fare ciò che poteva, in silenzio. Organizzò una rete di donne, raccolse cibo, vestiti e medicine, falsificò documenti, pagò tangenti, affrontò funzionari e militari, e riuscì persino a ottenere il permesso di entrare nei campi per portare via i bambini. Li strappava letteralmente all’inferno, spesso malati, denutriti, terrorizzati. E mentre lo faceva, annotava tutto: nomi, date, provenienze, genitori quando era possibile, con una precisione ostinata che aveva un solo scopo, restituire un’identità a chi stava per perderla per sempre. Alla fine della guerra, la rete che aveva costruito quasi dal nulla aveva salvato più di diecimila bambini. Eppure la pace non portò riconoscimento. Alla fine della guerra, la Jugoslavia del Maresciallo Tito mise tutto a tacere: le nuove autorità confiscarono i suoi quaderni e lo schedario con i nomi dei bambini, e la sua opera venne spinta ai margini della memoria ufficiale. Diana tornò a una vita privata, espropriata anche della sua storia, e morì nel 1978 senza medaglie, senza onori, senza che il suo nome fosse pronunciato nei luoghi dove avrebbe dovuto esserlo. Solo decenni dopo, grazie alla riscoperta del suo diario – pubblicato come "Dnevnik Diane Budisavljević 1941–1945" – alle testimonianze dei sopravvissuti e al film del 2019 "Il diario di Diana B.", il mondo ha ricominciato a imparare chi fosse davvero.
Ed è impossibile leggere oggi questa storia senza sentire un’eco inquietante del presente. Il rapimento e la deportazione di circa ventimila bambini ucraini da parte della Russia non sono un’ombra lontana della storia europea, ma una ferita aperta. Bambini portati via da città e villaggi dell’Ucraina, da Mariupol a Kherson, da Sievierodonetsk a Melitopol, separati dalle famiglie, rieducati, cancellati nei documenti, come se l’identità fosse un dettaglio eliminabile. Cambiano le bandiere, cambiano le uniformi, ma il meccanismo è lo stesso: togliere i bambini per spezzare un popolo.
La storia di Diana Budisavljević allora smette di essere solo memoria e diventa una domanda rivolta a noi, qui e ora. Che cosa significa il coraggio silenzioso nella vita reale? Cosa accade quando qualcosa di terribile succede sotto gli occhi di tutti e il mondo ripete che è troppo grande, troppo complesso, troppo pericoloso intervenire? Diana non cercava di essere un’eroina, cercava solo di impedire una morte evitabile. Forse è proprio questo che rende la sua storia così potente: dimostra che una sola persona, armata di coscienza e ostinazione, può fare una differenza reale, anche quando tutto intorno suggerisce il contrario.
Ricordare il suo nome oggi non è solo un atto di giustizia verso il passato, ma un modo per non abituarci all’orrore del presente.
