Due passaporti, un solo impero: la fine che il mondo ha voluto credere, la continuità che Kyiv ha sempre visto
Uno fu emesso negli ultimi giorni di un impero, l’altro venne dopo. Due passaporti, apparentemente simili, raccontano una storia che spesso viene ridotta a una data su un calendario. Il 26 dicembre 1991 segnò formalmente il crollo dell’Unione Sovietica, e al mondo fu detto che quel giorno rappresentava una rottura netta: la fine della Guerra Fredda, il voltare pagina della storia, la vittoria definitiva di un modello sull’altro. Eppure la storia, come sempre, non vive solo nei trattati e nelle dichiarazioni ufficiali. Vive nei simboli, nelle continuità silenziose, nelle istituzioni che sopravvivono ai nomi e alle bandiere.
I simboli contano, e Mosca lo ha sempre saputo. La Russia non abbandonò la musica dell’inno sovietico: ne riscrisse semplicemente le parole. Non smantellò davvero le abitudini del potere, né l’architettura profonda dello Stato. I servizi di sicurezza rimasero al loro posto, eredi diretti di una cultura politica fondata sul controllo, sulla verticalità, sull’idea che il potere scorra dall’alto verso il basso e non verso l’esterno, verso la società. L’idea imperiale non fu rigettata, fu resa più sobria, più efficiente, più presentabile. Ciò che cambiò non fu il sistema, ma il suo branding.
Un intero Politburo, con le sue logiche, le sue ossessioni e la sua visione del mondo, venne infine distillato in una sola figura: un ex ufficiale del KGB. Non si trattò di un tradimento del progetto sovietico, ma della sua raffinazione. Meno ideologia proclamata, più pragmatismo autoritario; meno retorica internazionalista, più nazionalismo imperiale. Mentre l’Occidente dichiarava la vittoria, archiviava il Novecento e si convinceva che la storia fosse entrata in una fase post-conflittuale, la Russia rimaneva esattamente dov’era, aspettando. Aspettando che i simboli perdessero significato, che la memoria si attenuasse, che l’illusione della discontinuità diventasse senso comune.
L’Ucraina non ha mai dimenticato. A Kyiv non si è mai davvero creduto alla favola della transizione indolore. Lì si è sempre riconosciuta la continuità dove altri vedevano riforma, l’impero dove altri interpretavano il tutto come una transizione procedurale. Per chi vive tra Kyiv, Kharkiv, Odesa o Lviv, il cambiamento del 1991 non cancellò secoli di dominio, né decenni di repressione sovietica; mutò la forma, non la sostanza della minaccia. Quei due passaporti, uno con falce e martello e l’altro con l’aquila bicipite, raccontano questa verità meglio di qualsiasi discorso ufficiale: l’Unione Sovietica non è semplicemente finita, si è consolidata in una forma diversa, più adattabile, più calcolatrice.
Oggi il prezzo di quell’illusione lo sta pagando l’Ucraina. L’illusione che bastasse una firma per chiudere un’epoca, che i simboli fossero decorazioni prive di peso, che le istituzioni autoritarie potessero trasformarsi senza essere smantellate. Mentre gran parte del mondo era ansiosa di credere alla fine della storia, Kyiv osservava la storia continuare, coerente con sé stessa. E la continuità che l’Ucraina aveva visto fin dall’inizio è diventata, tragicamente, evidente a tutti.
