“Sabotaggio alla pace” per 91 (presunti) droni “su casa Putin”. È così che viene incorniciata la notizia, come se fosse l’evento dirimente di una fase delicata. Peccato che, da mesi, Mosca scarichi sistematicamente droni e missili su città ucraine, colpendo condomìni, ospedali, scuole e la rete elettrica, con una continuità che rende questa retorica non solo ipocrita ma rovesciata rispetto alla realtà dei fatti. Se la “pace” significa che l’aggressore può colpire i civili senza sosta mentre la vittima non deve mai avvicinarsi al centro del potere dell’aggressore, allora non stiamo parlando di pace ma di impunità.
I numeri, quelli verificati e consolidati, non lasciano spazio alle interpretazioni. Negli ultimi cinque mesi completi con dati ONU disponibili, da luglio a novembre 2025, l’ONU/OHCHR ha registrato in Ucraina 6.094 vittime civili, di cui 1.082 uccisi e 5.012 feriti. Civili nel senso pieno del termine: persone colpite in aree abitate, travolte da un mix di droni, missili, artiglieria e FPV, con un peso crescente degli attacchi a lungo raggio sulle aree urbane, incluse grandi città come Kyiv. Non si tratta di “danni collaterali”, ma di un modello di attacco che ha come sfondo la quotidianità di chi vive nei centri urbani. Il report mensile ONU di dicembre 2025, come noto, viene pubblicato solo a mese concluso, quindi oggi non siamo ancora in presenza di un “mese ONU” completo.
Qui di seguito è possibile leggere il Report OHCHR di luglio-novembre 2025 (in inglese)
Anche guardando soltanto al volume di fuoco, limitandosi a finestre documentate da fonti pubbliche, il quadro resta impressionante. Tra settembre e dicembre 2025 si arriva già a oltre 15.424 droni e 675 missili lanciati contro l’Ucraina, e si tratta di una stima minima, perché espressioni come “oltre 8.000” non sono numeri puntuali e perché dicembre è rappresentato qui solo da singole notti record, non dall’intero mese. A settembre si contano 5.636 droni e 187 missili; tra ottobre e novembre, fino al 18/11, almeno 359 missili e oltre 8.000 droni; poi arrivano le notti “monstre” di dicembre: il 6/12 con 653 droni e 51 missili, il 23/12 con 635 droni e 38 missili, il 27/12 con 500 droni e 40 missili. Questa è la scala della guerra reale, quella che dovrebbe costituire il contesto di qualunque discussione seria sulla pace.
Eppure, in questo contesto, l’attenzione mediatica si concentra su un presunto attacco al cuore del potere russo.
Sapete quanti titoli sul “sabotaggio della pace” hanno dedicato a questi numeri Marco Travaglio o Peter Gomez negli ultimi sei mesi? Zero. Per loro, Vladimir Putin non ha mai sabotato la pace. Il dettaglio più grottesco è che i “91 droni su casa Putin” sono un claim russo apertamente contestato da Kyiv; la stessa Reuters segnala la dinamica di accusa e negazione, peraltro nel pieno dei colloqui. Ma anche concedendo per ipotesi che quel numero sia vero, il doppio standard resta intatto: centinaia di droni e missili sui civili diventano rumore di fondo, un presunto attacco al centro del potere viene elevato a “sabotaggio della pace”. No: il sabotaggio della pace è continuare a colpire i civili mentre si recita la parte dei negoziatori.
A questo punto diventa più comprensibile anche la contrarietà de Il Fatto Quotidiano alla proattività dichiarata dal comandante Cavo Dragone sulla guerra ibrida. Perché la guerra ibrida non passa solo dai droni o dai missili, ma anche dalle cornici narrative, dai silenzi selettivi e dalle asimmetrie morali che trasformano l’aggressione sistematica in contesto e qualsiasi reazione in provocazione.
La pace non nasce dall’oscurare i civili colpiti, né dal proteggere simbolicamente il centro del potere dell’aggressore; nasce dal chiamare le cose con il loro nome.
