Il gasolio di Putin: Trump allenta le sanzioni e indebolisce la pressione sull'economia di guerra russa
Per cercare di ridurre il prezzo del gasolio negli Stati Uniti, Donald Trump ha deciso di rivolgersi a Vladimir Putin, il leader contro il quale Washington ha costruito negli ultimi anni un articolato sistema di sanzioni economiche. La decisione, annunciata il 9 ottobre, presenta una contraddizione politica e strategica difficilmente ignorabile: mentre l'Ucraina cerca di compromettere la capacità produttiva delle raffinerie russe, gli Stati Uniti autorizzano nuove forniture di prodotti petroliferi provenienti da Mosca, offrendo al Cremlino un'opportunità economica proprio quando la pressione esercitata da Kyiv comincia a produrre risultati significativi.
L'annuncio è arrivato attraverso Truth Social, al termine di quella che Trump ha definito una conversazione di grande successo con il presidente russo. Secondo quanto comunicato dalla Casa Bianca, Mosca si è impegnata a immettere immediatamente sul mercato americano e internazionale oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da ulteriori 500.000 tonnellate a novembre e da un milione di tonnellate successivamente. Quantitativi sulla cui effettiva disponibilità e capacità di influenzare i prezzi gli analisti energetici esprimono considerevoli perplessità.
Negli Stati Uniti il prezzo medio del gasolio ha raggiunto i 6,28 dollari al gallone, contro i 3,68 dollari registrati un anno prima, con pesanti ripercussioni sul settore agricolo, sull'autotrasporto e sull'intera catena logistica. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, l'aumento dei costi energetici rappresenta una seria difficoltà politica per l'amministrazione repubblicana.
La crisi è stata aggravata dalle conseguenze della guerra contro l'Iran, iniziata con l'offensiva statunitense e israeliana dello scorso febbraio, e dalle perturbazioni dei traffici petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz. Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la disponibilità di greggio, ma soprattutto la capacità di raffinazione, compromessa dai danni subiti dagli impianti in Medio Oriente e in Russia. Secondo Gregory Brew, analista dell'Eurasia Group, la prima fase dell'accordo potrebbe rendere disponibili circa 74.000 barili giornalieri aggiuntivi, una quantità modesta rispetto ai consumi americani e difficilmente in grado di determinare una riduzione significativa dei prezzi.
Le conseguenze geopolitiche dell'intesa rischiano invece di essere assai più rilevanti. Contestualmente all'annuncio presidenziale, il Dipartimento del Tesoro statunitense, attraverso l'Office of Foreign Assets Control (OFAC), ha emanato la General License 135, autorizzando fino al 7 aprile 2027 determinate operazioni commerciali relative al gasolio di origine russa. Non si tratta dell'abolizione complessiva delle sanzioni energetiche, ma di una deroga che consente a Mosca di recuperare, almeno parzialmente, l'accesso a mercati precedentemente sottoposti a restrizioni.
La decisione appare particolarmente controversa alla luce del Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026, firmato dallo stesso Trump il 18 settembre, dopo l'approvazione a larga maggioranza del Congresso: 86 voti favorevoli contro 11 al Senato e 262 contro 159 alla Camera dei Rappresentanti.
Il Graham Act mira a colpire l'intera infrastruttura economica e finanziaria che consente alla Russia di esportare energia, ricevere pagamenti e aggirare le restrizioni occidentali. La legge prevede dazi fino al 500 per cento sulle merci russe e misure tariffarie fino al 100 per cento nei confronti dei Paesi che continuano ad acquistare consistenti quantità di energia russa o contribuiscono all'elusione delle sanzioni. Ulteriori disposizioni riguardano gli istituti finanziari stranieri che intrattengono rapporti significativi con le principali banche russe.
L'elemento più rilevante riguarda tuttavia i limiti imposti alla discrezionalità presidenziale. La sezione 117 subordina la revoca definitiva delle sanzioni alla certificazione che Mosca abbia sottoscritto un accordo di pace accettato dall'Ucraina e cessato le ostilità. È inoltre previsto un periodo di controllo parlamentare di 30 giorni, durante il quale il Congresso può intervenire attraverso una risoluzione di disapprovazione.
La finalità è evidente: impedire che l'alleggerimento delle sanzioni diventi una concessione unilaterale a Mosca, anziché una contropartita negoziale per ottenere la cessazione della guerra.
Il quadro normativo contempla però alcune eccezioni. La sezione 115 consente al presidente di sospendere determinate misure invocando l'interesse nazionale, mentre la sezione 114 preserva il potere del Tesoro di rilasciare licenze generali. Pertanto, la decisione di Trump non configura necessariamente una violazione della legge, poiché la licenza costituisce uno strumento giuridicamente distinto dalla revoca definitiva delle sanzioni.
La contraddizione politica rimane tuttavia evidente: a sole tre settimane dalla firma di una legge destinata a intensificare la pressione economica contro Mosca, Trump autorizza nuove operazioni commerciali nel settore energetico russo senza aver ottenuto alcuna concessione sulla cessazione delle ostilità. La circostanza assume ulteriore rilievo considerando che molte disposizioni del Graham Act dovranno essere attuate entro il 18 ottobre. Washington rischia così di indebolire il proprio messaggio prima ancora che il nuovo impianto sanzionatorio sia pienamente operativo.
La questione non riguarda soltanto la coerenza della politica americana, ma anche l'efficacia della strategia ucraina. Negli ultimi mesi, gli attacchi con droni a lungo raggio contro raffinerie, depositi e infrastrutture petrolifere russe hanno provocato interruzioni produttive, carenze di carburante e difficoltà distributive. Mosca è stata costretta a limitare le esportazioni per salvaguardare il mercato interno e garantire le forniture necessarie al proprio apparato militare.
Colpire la capacità di raffinazione significa infatti agire contemporaneamente sulla logistica delle forze armate russe e sulle entrate economiche che contribuiscono a finanziare la guerra. È proprio mentre questa strategia comincia a produrre risultati che Washington manifesta un interesse diretto alla ripresa delle esportazioni russe di gasolio.
Il vice primo ministro russo Alexander Novak ha annunciato un progressivo allentamento delle restrizioni all'esportazione, prevedendo maggiori forniture tra novembre e dicembre. Rimane tuttavia incerto come Mosca possa rispettare gli impegni assunti garantendo contemporaneamente l'approvvigionamento interno, considerando i danni subiti dagli impianti di raffinazione.
L'intesa introduce inoltre un potenziale conflitto tra gli interessi economici americani e gli obiettivi militari ucraini. Se Washington considera indispensabile la ripresa della produzione russa per contenere i prezzi del gasolio, Kyiv potrebbe subire pressioni affinché riduca gli attacchi contro le raffinerie, rinunciando a uno degli strumenti più efficaci di logoramento dell'economia di guerra del Cremlino. Non risultano, al momento, condizioni formalmente imposte all'Ucraina, ma il rischio di una simile evoluzione non può essere sottovalutato.
La reazione del presidente Volodymyr Zelenskyy è stata immediata. Secondo il leader ucraino, concedere nuove opportunità commerciali alla Russia significa contribuire al prolungamento della guerra anziché favorirne la conclusione. Una valutazione che trova fondamento nel peso delle entrate energetiche sul bilancio federale russo e sul finanziamento delle spese militari.
Il settore petrolifero russo attraversa peraltro una fase di crescente difficoltà. Dopo la contrazione del 24 per cento registrata nel 2025, le entrate petrolifere e del gas sono diminuite del 22,3 per cento su base annua nel settembre 2026, costringendo il Ministero delle Finanze a ridurre di 1,3 trilioni di rubli le previsioni di gettito per l'anno in corso. L'effetto combinato delle sanzioni occidentali, degli attacchi ucraini e dei costi della guerra sta progressivamente restringendo i margini finanziari del Cremlino.
In questo contesto, l'accordo sul gasolio offre a Putin un vantaggio che va oltre il possibile incremento delle esportazioni. Il presidente russo recupera visibilità come interlocutore indispensabile per la stabilità dei mercati energetici e dimostra che le difficoltà economiche americane possono tradursi in un alleggerimento della pressione sanzionatoria, anche in assenza di progressi diplomatici.
La vicenda solleva quindi interrogativi sulla strategia negoziale dell'amministrazione Trump. Il Graham Act era stato concepito per aumentare il costo del proseguimento della guerra e convincere Mosca che il tempo non lavorava necessariamente a suo favore. L'intesa energetica rischia invece di trasmettere il messaggio opposto.
Le sanzioni costituiscono uno strumento di pressione soltanto quando la loro applicazione è coerente e sostenuta da una credibile volontà politica. La possibilità giuridica di concedere deroghe non elimina la responsabilità di valutarne le conseguenze strategiche, soprattutto quando riguardano uno dei principali settori di finanziamento dell'economia bellica russa.
Tim Armitage, stratega degli investimenti presso Quilter Cheviot, ha affermato che le cifre menzionate da Trump erano "relativamente basse". Ha affermato che la prima tranche corrispondeva a circa 2,25 milioni di barili e che il consumo giornaliero negli Stati Uniti si aggirava intorno ai 3,8 milioni di barili, "quindi non farà una differenza sostanziale per i prezzi del petrolio negli Stati Uniti", aggiungendo "Certo, ci saranno altre due pubblicazioni di dati, ma sembra una mossa un po' disperata da parte del presidente Trump per cercare di ridurre l'inflazione in vista delle elezioni di medio termine."
Il paradosso è che Trump, nel tentativo di ottenere un beneficio economico immediato e politicamente spendibile, rischia di compromettere uno strumento di pressione costruito dal Congresso con un ampio consenso bipartisan. Per Putin, il risultato più importante potrebbe non essere la vendita di qualche milione di tonnellate di gasolio, ma la dimostrazione che le necessità economiche di Washington possono prevalere persino sugli obiettivi strategici della politica americana verso la Russia.


