Quando si colpisce deliberatamente un'ambulanza, non si commette soltanto un crimine di guerra. Si dichiara guerra all'idea stessa di umanità, a quel principio fondamentale secondo cui la vita di una persona deve essere protetta anche quando tutto intorno prevalgono la violenza e la distruzione.
Ieri è accaduto di nuovo in Ucraina. Un drone russo ha colpito un'ambulanza che trasportava un paziente. Il veicolo è stato completamente avvolto dalle fiamme, fino a essere ridotto a uno scheletro di metallo carbonizzato. Due operatori sanitari sono rimasti feriti. Un altro attacco contro chi non combatte, ma cerca semplicemente di salvare delle vite.
Mi domando cosa possa spingere un essere umano, attraverso la telecamera di un drone, a individuare un'ambulanza e decidere di colpirla. Cosa possa portare qualcuno a considerare un bersaglio un veicolo destinato al soccorso, una barella, un medico che cerca di raggiungere un ferito o un infermiere che tenta di strappare una persona alla morte.
Non stiamo parlando di uomini e donne impegnati a combattere. Stiamo parlando di persone che, mentre altri cercano di distruggere, continuano a fare tutto il possibile per salvare.
Per dieci anni ho prestato servizio come volontario nella Croce Rossa Italiana. Ho indossato quell'emblema e ho imparato a comprenderne il significato più profondo. Davanti a una persona ferita, a un malato o a qualcuno che chiede aiuto, non esistono nemici da combattere, ma esseri umani da soccorrere. Non importa quale lingua parlino, quale uniforme indossino o da quale parte di un confine provengano. La sofferenza umana non ha nazionalità e il dovere di prestare soccorso non dovrebbe conoscere distinzioni.
La croce rossa su fondo bianco non è un semplice simbolo dipinto sulla carrozzeria di un'ambulanza. È un emblema di protezione riconosciuto dal diritto internazionale umanitario. Rappresenta l'impegno a garantire assistenza a chi ne ha bisogno e richiama l'obbligo di rispettare e proteggere il personale sanitario, i feriti e i mezzi di soccorso.
Per questo, vedere un'ambulanza distrutta mentre trasporta un paziente suscita in me qualcosa che va oltre lo sdegno per l'ennesima notizia proveniente dall'Ucraina. Significa assistere alla violazione di un principio che ho imparato a considerare inviolabile: chi cerca di salvare una vita non deve diventare un bersaglio per aver scelto di farlo.
Eppure, dopo oltre quattro anni e mezzo di invasione russa su vasta scala, gli attacchi contro le strutture sanitarie e i mezzi di soccorso continuano a far parte della terribile realtà quotidiana della popolazione ucraina. Medici, infermieri e soccorritori affrontano non soltanto le conseguenze dei bombardamenti, ma anche il rischio di essere colpiti mentre cercano di raggiungere le vittime.
Quando un'ambulanza viene deliberatamente presa di mira, le conseguenze non si esauriscono nella distruzione del veicolo o nel ferimento del suo equipaggio. Ogni mezzo di soccorso distrutto significa una possibilità in meno di raggiungere chi ha bisogno di aiuto. Ogni operatore sanitario ferito o ucciso rappresenta una perdita per un sistema sanitario che continua a lavorare in condizioni drammatiche. Ogni attacco contribuisce a rendere ancora più difficile e pericoloso quel gesto di solidarietà umana che dovrebbe essere protetto anche durante una guerra.
Spesso ricorriamo a espressioni giuridiche come "crimini di guerra" e "violazioni del diritto internazionale umanitario". Sono definizioni indispensabili per individuare le responsabilità e perseguire chi commette questi atti. Ma, nella loro necessaria precisione, non sempre riescono a restituire l'orrore di una realtà nella quale una persona può rischiare la vita semplicemente perché ha deciso di salvarne un'altra.
In Ucraina, nonostante tutto, medici, infermieri e soccorritori continuano a rispondere alle chiamate di emergenza. Salgono sulle ambulanze, raggiungono gli edifici bombardati, prestano assistenza ai feriti e trasportano i pazienti negli ospedali, pur sapendo che anche loro potrebbero essere colpiti.
Lo fanno perché, anche sotto le bombe, una vita da salvare rimane una vita da salvare.
Ho indossato per dieci anni quell'emblema. Oggi, guardando le immagini delle ambulanze distrutte, penso a chi continua a indossarlo in Ucraina e al coraggio necessario per non voltarsi dall'altra parte, anche quando prestare soccorso significa mettere a rischio la propria esistenza.
E mi domando fino a quando il mondo continuerà ad assistere a tutto questo, limitandosi a esprimere indignazione davanti all'ennesima ambulanza distrutta, all'ennesimo ospedale colpito, all'ennesimo soccorritore che non farà ritorno a casa.
Perché il giorno in cui accetteremo come normale che una croce rossa possa diventare un bersaglio, avremo smesso di difendere non soltanto chi presta soccorso, ma il principio stesso di umanità che dovrebbe unirci tutti.
E quando anche salvare una vita diventa una ragione per essere uccisi, è la nostra stessa idea di civiltà a essere sotto attacco.
