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La NATO non promise di non espandersi verso est: cosa dice davvero il memorandum del 9 febbraio 1990


Tra gli argomenti più ricorrenti a sostegno della posizione russa sull'Ucraina figura la tesi di una presunta promessa fatta dall'Occidente a Mosca nel 1990. Secondo questa tesi la NATO si sarebbe impegnata a non espandersi verso est, per poi tradire quell'impegno e offrire così alla Russia una giustificazione per l'intervento militare del 2014 e, di nuovo, per quello del 2022. A sostegno di questa ricostruzione viene spesso citato un documento ufficiale del Dipartimento di Stato americano, ora desecretato e reso pubblico dal National Security Archive della George Washington University. Si tratta del Memorandum di Conversazione relativo all'incontro del 9 febbraio 1990 a Mosca tra il Segretario di Stato statunitense James Baker e il leader sovietico Mikhail Gorbaciov. Il documento è autentico e contiene effettivamente la formula destinata a diventare celebre, "neanche un pollice a est". Per capirne il significato, però, bisogna chiedersi di che cosa si stesse parlando, in quale momento storico e con quale valore giuridico.

Nel febbraio 1990 il Muro di Berlino era caduto da appena tre mesi e sul tavolo delle cancellerie c'era un solo dossier di portata strategica immediata: la riunificazione della Germania e la collocazione militare del futuro Stato tedesco. L'incontro tra Baker e Gorbaciov si inserisce interamente in questo quadro. Fu uno dei passaggi preparatori del negoziato che pochi giorni dopo, a Ottawa, avrebbe preso la forma del meccanismo "Due più Quattro". Vi partecipavano i due Stati tedeschi, la Repubblica Federale e la Repubblica Democratica, insieme alle quattro potenze che dal 1945 esercitavano i diritti di occupazione sulla Germania: Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica. Il nodo era preciso. Una Germania riunificata sarebbe rimasta nell'Alleanza Atlantica? E, in tal caso, che cosa ne sarebbe stato del territorio dell'ex Repubblica Democratica Tedesca (RDT), che fino ad allora ospitava centinaia di migliaia di soldati sovietici? Baker pose a Gorbaciov l'alternativa in termini espliciti. Da un lato una Germania unita, neutrale, fuori dalla NATO e priva di forze americane. Dall'altro una Germania unita e ancorata all'Alleanza, con la garanzia che la giurisdizione militare della NATO non si sarebbe spostata di un pollice verso est rispetto alla sua posizione di allora. Il senso della formula è inequivocabile. Il riferimento geografico è la linea di confine tra le due Germanie e l'oggetto è la presenza e la competenza militare dell'Alleanza sul territorio della RDT. La frase non parla di Varsavia, di Budapest o di Kyiv; parla di Dresda e di Lipsia.

La conversazione, del resto, non poteva avere un oggetto diverso, per una ragione storica elementare. Nel febbraio 1990 l'Unione Sovietica esisteva ancora, e con essa il Patto di Varsavia. Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia erano formalmente membri dell'alleanza militare guidata da Mosca, mentre Lituania, Lettonia, Estonia e Ucraina erano repubbliche dell'URSS. Il Patto di Varsavia sarebbe stato sciolto soltanto il 1° luglio 1991, l'Unione Sovietica il 26 dicembre dello stesso anno. Immaginare che in quella sede Baker e Gorbaciov negoziassero l'adesione alla NATO di Stati del blocco sovietico, o addirittura di repubbliche dell'Unione, significa proiettare sul 1990 lo scenario del 1999 o del 2004. Quegli Stati non potevano essere oggetto di alcun negoziato sull'Alleanza Atlantica e la loro adesione era del tutto estranea all'orizzonte negoziale delle parti. Nessuno poteva impegnarsi a precluderla, così come nessuno poteva impegnarsi a favorirla. Lo confermò lo stesso Gorbaciov, che in un'intervista del 2014 dichiarò che il tema dell'espansione della NATO non era stato affatto discusso e che in quegli anni non veniva neppure sollevato. Le rassicurazioni ricevute, precisò, riguardavano il divieto di dislocare strutture militari e forze aggiuntive dell'Alleanza nel territorio dell'ex RDT dopo la riunificazione. Difficilmente si potrebbe trovare una testimonianza più autorevole di quella dell'interlocutore sovietico di Baker.

C'è poi un aspetto di natura giuridica, spesso trascurato quando non deliberatamente occultato. Il documento citato come prova della "promessa" è, per definizione, un Memorandum di Conversazione. È un verbale redatto a uso interno dell'amministrazione statunitense, che registra il contenuto di un colloquio diplomatico: le posizioni esplorative, le ipotesi e le opzioni poste sul tavolo per sondare l'interlocutore. Non è un atto sottoscritto dalle parti, non è stato ratificato da alcun parlamento e non contiene alcuna obbligazione di diritto internazionale. Presentarlo come un "accordo", come accade sistematicamente nella pubblicistica filorussa, è un errore di categoria prima ancora che storico. Gli impegni effettivamente assunti arrivarono sette mesi dopo, il 12 settembre 1990. Quel giorno, a Mosca, i ministri degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca, della Repubblica Democratica Tedesca, degli Stati Uniti, dell'Unione Sovietica, del Regno Unito e della Francia firmarono il Trattato sull'assetto definitivo relativo alla Germania, noto come Trattato Due più Quattro. È questo, e soltanto questo, il testo vincolante che disciplina gli aspetti internazionali della riunificazione. Il trattato contiene limitazioni precise, ma tutte riferite al territorio tedesco. L'articolo 5 stabilisce che nei Länder dell'ex RDT non potranno essere stanziate né dispiegate forze armate straniere, armi nucleari o i loro vettori. L'articolo 6 riconosce alla Germania unita il diritto di appartenere ad alleanze, con i relativi diritti e doveri. In altre parole, Mosca accettò per iscritto che la Germania riunificata restasse nella NATO. Sulla futura adesione della Polonia all'Alleanza il trattato non dice nulla, così come nulla dice degli Stati baltici o dell'Ucraina. La questione non è regolata né in senso favorevole né in senso contrario, semplicemente perché non era oggetto del negoziato. Nel testo non esiste alcuna clausola che limiti la libertà di altri Stati europei sovrani di chiedere l'ingresso nell'Alleanza, né quella della NATO di accoglierli. Vale anzi il principio opposto: il diritto di ogni Stato di scegliere liberamente le proprie alleanze. Lo enunciava già l'Atto finale di Helsinki del 1975, sottoscritto anche dall'Unione Sovietica, e lo ha ribadito la Carta per la sicurezza europea adottata dall'OSCE a Istanbul nel 1999, firmata dalla Federazione Russa.

Tutto ciò non significa che il dibattito sull'allargamento della NATO sia privo di fondamento. È legittimo interrogarsi sull'opportunità politica delle scelte compiute dall'Alleanza negli anni Novanta e Duemila. È altrettanto legittimo chiedersi quali aspettative alcune dichiarazioni informali di leader occidentali possano aver alimentato a Mosca in una fase di trasformazione rapidissima. Ma una cosa è ragionare sulle percezioni e sulle aspettative politiche generate da un negoziato, altra cosa è sostenere che esistesse un accordo internazionale con cui l'Occidente si sarebbe impegnato a non estendere mai l'Alleanza verso est. La prima è una questione storiografica aperta; la seconda è un'affermazione falsa, smentita dai documenti. Il memorandum del 9 febbraio 1990 documenta una conversazione esplorativa sulla collocazione militare della Germania riunificata. Il Trattato Due più Quattro fissa gli impegni effettivamente assunti, e nessuno di questi riguarda l'Europa orientale. Chi oggi legge in quel verbale il casus belli della guerra in Ucraina, presentandolo come un accordo tradito, o ignora i fatti o li piega consapevolmente a una narrativa politica. Tertium non datur. Un trattato che vieti l'allargamento della NATO, semplicemente, non esiste.

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