Ci sono parole che, in diplomazia, pesano più di altre. Non perché modifichino necessariamente il contenuto di un negoziato, ma perché rivelano il modo in cui un interlocutore viene percepito e, soprattutto, il ruolo che chi le pronuncia sembra attribuire a sé stesso. È per questo che alcune frasi pronunciate da Steve Witkoff davanti a Vladimir Putin, durante l'incontro del 5 settembre al Cremlino, meritano più attenzione di quanto potrebbe suggerire il loro carattere apparentemente informale.
Witkoff, inviato speciale del presidente Donald Trump, era a Mosca insieme a Jared Kushner. Rivolgendosi al presidente russo ha esordito ringraziandolo calorosamente per averli ricevuti e ha raccontato che, poco prima dell'incontro, lui, Kushner, Kirill Dmitriev e successivamente Yury Ushakov stavano parlando di quando sarebbero andati in pensione e delle "incredible stories and incredible memories" che avrebbero avuto da raccontare. Poi la conclusione rivolta direttamente a Putin: "yours will be right at the top of it all". Il video dell'incontro è stato diffuso dal Cremlino e il passaggio è stato riportato dalla stampa internazionale.
Il senso complessivo delle parole di Witkoff può essere tradotto così:
"Presidente Putin, grazie davvero per averci ricevuto. Poco fa eravamo seduti fuori, io, Jared e Kirill; poi si è unito a noi Yury, e stavamo parlando di quando saremo in pensione. Avremo tutte queste storie incredibili da raccontare e ricordi straordinari, e quelli che riguardano lei saranno proprio in cima a tutti."
Naturalmente la diplomazia ha le sue regole. Chi negozia non può entrare nella stanza insultando l'interlocutore, ricordandogli a ogni frase le responsabilità che gli vengono attribuite o mostrando apertamente ostilità. Persino durante le guerre più sanguinose gli emissari continuano a stringersi la mano, a ringraziare per l'ospitalità e a utilizzare formule di cortesia. È parte del mestiere diplomatico, perché senza una minima relazione personale spesso diventa impossibile persino iniziare una trattativa.
Ma esiste una differenza evidente tra la cortesia e la deferenza. E la frase pronunciata da Witkoff sembra oltrepassare quella linea.
Dire a Vladimir Putin che gli incontri con lui saranno, un giorno, tra i ricordi più straordinari della propria vita non serve a creare un'atmosfera professionale favorevole al negoziato. Introduce qualcosa di diverso: un elemento di fascinazione personale. Quasi che sedere davanti al presidente russo rappresentasse di per sé un privilegio, un'esperienza destinata a essere raccontata negli anni della pensione come uno dei momenti più memorabili della propria esistenza.
Il problema non è Putin come individuo. Il problema è ciò che Putin rappresenta nel momento in cui quelle parole vengono pronunciate.
L'uomo seduto dall'altra parte del tavolo non è semplicemente il presidente di una grande potenza con la quale Washington deve inevitabilmente dialogare. È il presidente della Federazione Russa mentre prosegue la guerra di aggressione contro l'Ucraina, iniziata su vasta scala nel febbraio 2022. È il leader di uno Stato che ha annesso unilateralmente territori ucraini, mentre milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case e città ucraine continuano a essere colpite. Ed è anche destinatario, dal marzo 2023, di un mandato di arresto della Corte penale internazionale nell'ambito dell'indagine sulla deportazione e sul trasferimento illegale di bambini ucraini.
Tutto questo non significa che gli Stati Uniti non debbano parlare con lui. Al contrario. Se esiste anche una possibilità di arrivare a una cessazione delle ostilità o a una soluzione negoziale, parlare con Putin è necessario. La diplomazia serve esattamente a questo: si negozia soprattutto con coloro con i quali si è in contrasto, non con gli amici.
Ma proprio perché la missione è tanto delicata, chi la conduce dovrebbe mantenere una distanza visibile tra il rapporto personale e la funzione politica.
Un mediatore può essere cordiale. Può costruire fiducia. Può perfino utilizzare il carattere personale delle relazioni per aprire spazi negoziali altrimenti inesistenti. Ma deve evitare di dare all'interlocutore la sensazione di trovarsi davanti qualcuno che considera l'accesso al Cremlino, e il rapporto personale con il suo padrone, una sorta di esperienza privilegiata.
Non è soltanto una questione estetica. In una trattativa internazionale anche la percezione dei rapporti di forza conta. Le parole utilizzate davanti alle telecamere vengono ascoltate non soltanto dall'uomo seduto di fronte, ma anche dagli alleati, dagli avversari e soprattutto dall'altra parte della guerra che si pretende di contribuire a terminare.
A Kyiv quelle immagini vengono inevitabilmente osservate con occhi molto diversi da quelli di Washington. Per un ucraino che da anni vive sotto la minaccia dei missili e dei droni russi, sentire l'inviato americano spiegare a Putin che un giorno ricorderà i loro incontri come qualcosa di straordinario non può avere lo stesso significato che può attribuirgli chi considera quelle parole una semplice tecnica di negoziazione.
Ed è precisamente questo il punto che un diplomatico dovrebbe tenere presente.
La capacità di parlare con Putin non dovrebbe mai trasformarsi nella necessità di compiacerlo. La ricerca di un rapporto personale non dovrebbe cancellare la natura politica dell'interlocutore. E la volontà di costruire la fiducia necessaria a un negoziato non dovrebbe produrre l'impressione che tra mediatore e parte in causa esista una vicinanza che rischia di compromettere la percezione di imparzialità.
Non sappiamo se quelle parole abbiano avuto qualche utilità concreta nella trattativa. È possibile che Witkoff le consideri semplicemente uno strumento per stabilire un rapporto personale con Putin. In diplomazia anche la lusinga può essere utilizzata consapevolmente. Ma persino in questo caso esiste un limite oltre il quale la lusinga rischia di produrre l'effetto opposto: non rafforzare il negoziatore, ma rendere evidente all'interlocutore quanto questi tenga alla relazione con lui.
E Vladimir Putin è un uomo che ha trascorso gran parte della propria vita professionale studiando le debolezze, le motivazioni e le vulnerabilità delle persone che aveva davanti.
Forse, allora, quando verrà davvero il momento della pensione, Witkoff avrà molte storie incredibili da raccontare. Ma oggi non si trova al Cremlino per costruire ricordi. Si trova lì per rappresentare gli interessi degli Stati Uniti e contribuire, se possibile, a porre fine a una guerra. Tra le due cose esiste una differenza sostanziale.
