La risposta tedesca al tentato sabotaggio dell’aeroporto di Lipsia/Halle sta assumendo dimensioni ben superiori a quelle di una normale crisi diplomatica. Oltre 150 tra dipendenti delle rappresentanze russe e loro familiari dovranno lasciare la Germania in tempi brevi, secondo quanto comunicato dalla stessa ambasciata della Federazione Russa a Berlino. È una precisazione importante: la cifra comprende anche familiari e personale delle missioni e non significa, come alcuni titoli hanno lasciato intendere, che Berlino abbia espulso 150 diplomatici. Resta comunque una riduzione molto significativa della presenza istituzionale russa nel Paese, conseguenza diretta delle misure adottate dal governo federale dopo aver attribuito a Mosca il tentato attacco con droni dello scorso 4 agosto.
L’episodio di Lipsia/Halle ha rappresentato un salto di qualità. L’obiettivo non era una struttura marginale. L’aeroporto è uno dei principali scali cargo europei e riveste anche un’importanza logistica per la NATO e per il sostegno all’Ucraina. Sul sedime aeroportuale operano inoltre velivoli da trasporto Antonov ucraini. Le indagini hanno consentito di recuperare diversi apparati, parti di droni e materiale esplosivo; secondo le ricostruzioni dei media tedeschi, tracce di DNA rinvenute su una delle piattaforme, su un contenitore riempito di esplosivo e su un’antenna collocata nelle vicinanze hanno prodotto riscontri nelle banche dati europee. Almeno due sospetti sono stati identificati: uno sarebbe un cittadino bielorusso in possesso anche di passaporto russo, mentre un secondo uomo, indicato come possibile coordinatore logistico dell’operazione, avrebbe legami con l’intelligence russa.
Berlino ha scelto di compiere un passaggio politicamente molto significativo: non si è limitata a parlare di sospetti o di responsabilità genericamente riconducibili alla Russia. Il governo federale ha formalmente attribuito a Mosca il tentato sabotaggio. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ha spiegato che le indagini di polizia, il modus operandi e le informazioni di intelligence convergono verso la responsabilità russa. Secondo le autorità tedesche, ciascuno di questi tre elementi sarebbe stato sufficiente, anche singolarmente, a sostenere l’attribuzione politica. Le indagini penali, naturalmente, proseguono e la responsabilità giudiziaria delle singole persone dovrà essere provata nelle sedi competenti. Ma sul piano politico Berlino considera ormai accertata la matrice dell’operazione.
È precisamente questa distinzione tra attribuzione giudiziaria e attribuzione politica a spiegare la portata della reazione. Il governo tedesco considera Lipsia non un episodio isolato, ma parte di una più ampia campagna di guerra ibrida condotta dalla Russia in Europa attraverso sabotaggi, attività di intelligence, cyberattacchi, disinformazione e impiego di intermediari reclutati per singole operazioni. Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha inserito esplicitamente l’accaduto in una lunga sequenza di tentativi di destabilizzazione e ha affermato che la leadership russa sta ormai trattando la Germania con aperta ostilità. Una valutazione particolarmente pesante se si considera quanto Berlino, anche dopo l’inizio della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, abbia cercato di mantenere aperti almeno alcuni canali di comunicazione con Mosca.
Le conseguenze sono concrete. Il Consolato generale russo di Bonn dovrà cessare le attività entro il 18 settembre e l’accordo che consente il funzionamento della Casa Russa di Berlino è stato denunciato. La Germania ha inoltre annunciato controlli più severi sull’ingresso dei cittadini russi, nuove proposte di sanzioni europee nei confronti di persone coinvolte nelle operazioni ibride e un aumento della pressione sulla cosiddetta “flotta ombra” utilizzata da Mosca per aggirare le restrizioni occidentali. A queste misure si aggiungono iniziative nel settore dell’intelligence che, comprensibilmente, Berlino non ha dettagliato.
Ed è probabilmente proprio questo l’aspetto più interessante. Ridurre drasticamente il personale delle rappresentanze russe non costituisce soltanto una rappresaglia diplomatica. Significa restringere l’ambiente nel quale Mosca può sviluppare attività di raccolta informativa, mantenere contatti, sostenere reti di influenza e assicurare supporto logistico a operazioni clandestine. Ciò non autorizza naturalmente a considerare ogni diplomatico russo un ufficiale dei servizi, né ogni istituzione culturale uno strumento di intelligence. Ma è noto che la copertura diplomatica rappresenta da sempre una delle modalità attraverso le quali i servizi operano all’estero. Ridurne le dimensioni significa quindi aumentare i costi e le difficoltà operative per qualsiasi attività che sfrutti quella infrastruttura.
La reazione del Cremlino conferma del resto che la crisi ha ormai superato i confini dell’incidente di Lipsia. Mosca ha respinto ogni responsabilità, accusando Berlino di aver costruito un caso privo di prove e ha risposto ordinando la chiusura del Consolato generale tedesco di San Pietroburgo entro il 18 settembre. Anche i centri del Goethe-Institut in Russia dovranno interrompere le proprie attività, con il personale chiamato a lasciare il Paese entro il 13 settembre. Quello che per decenni era stato uno dei rapporti più articolati e importanti tra la Russia e un grande Paese dell’Europa occidentale viene così progressivamente smantellato.
Ma sarebbe riduttivo leggere quanto sta accadendo soltanto attraverso la lente del deterioramento delle relazioni tra Berlino e Mosca. Lipsia pone una questione molto più ampia per l’intera Europa. Le operazioni ibride funzionano proprio perché sono progettate per rimanere al di sotto della soglia che provocherebbe una risposta militare convenzionale. Un drone, un incendio, un sabotaggio ferroviario, un attacco informatico o il danneggiamento di una infrastruttura energetica possono apparire inizialmente come episodi autonomi, difficili da attribuire e quindi politicamente gestibili. È l’accumularsi degli episodi a modificare il quadro. E quando un ordigno esplosivo viene portato all’interno o nelle immediate vicinanze di una infrastruttura aeroportuale strategica, la distinzione tra semplice “azione ibrida” e attacco vero e proprio comincia inevitabilmente ad assottigliarsi.
Per questo la decisione tedesca segna probabilmente un passaggio importante. Berlino sta comunicando che l’ambiguità non garantirà più automaticamente l’impunità politica. La difficoltà di dimostrare in un’aula di tribunale l’intera catena di comando di un’operazione clandestina non impedirà agli Stati europei di reagire quando indagini di polizia, informazioni di intelligence e caratteristiche operative convergeranno verso una responsabilità statale. È un principio destinato ad avere conseguenze che vanno molto oltre la Germania. La guerra ibrida russa ha prosperato a lungo nella zona grigia compresa tra pace e guerra. La risposta di Berlino suggerisce che quella zona potrebbe cominciare a restringersi.
