Il 19 agosto 2026, nel villaggio di Byuteydyakh, nella Repubblica di Sacha (Jacuzia), è stato inaugurato un nuovo busto di Iosif Stalin. È il decimo monumento dedicato al dittatore sovietico eretto nella sola Jacuzia.
La Repubblica di Sacha si trova nella Siberia orientale e, con una superficie superiore ai tre milioni di chilometri quadrati, costituisce la più vasta suddivisione amministrativa del mondo. Proprio questo immenso territorio, durante il periodo staliniano, fu interessato da una vasta rete di campi e distaccamenti del sistema Gulag, nei quali migliaia di prigionieri vennero impiegati nell'estrazione dell'oro, dello stagno, del carbone e di altri minerali, oltre che nella costruzione di infrastrutture strategiche.
Erano luoghi nei quali la repressione politica si sommava alla brutalità delle condizioni ambientali. I detenuti erano costretti a lavorare nella taiga e nella tundra siberiana, con temperature che durante l'inverno potevano scendere sotto i 50 gradi centigradi sotto zero. Fame, malattie, turni di lavoro massacranti e una mortalità elevatissima facevano parte della quotidianità di uomini e donne deportati a migliaia di chilometri dalle loro case.
Ed è proprio qui che oggi si continua a celebrare Stalin.
Non si tratta di ignoranza storica. La Russia conosce perfettamente ciò che avvenne durante il terrore staliniano. Conosce le deportazioni, le purghe, le esecuzioni, le carestie, il sistema concentrazionario e i milioni di vittime provocati dalla repressione sovietica. La scelta di innalzare nuovi monumenti al dittatore è quindi qualcosa di diverso: è la progressiva riabilitazione pubblica di un modello di potere fondato sulla violenza dello Stato, sulla repressione del dissenso e sulla subordinazione dell'individuo all'apparato.
Stalin, morto nel 1953 e inizialmente deposto accanto a Lenin nel Mausoleo sulla Piazza Rossa, venne rimosso nel 1961 durante la destalinizzazione voluta da Nikita Khrushchev. Oggi è sepolto nella necropoli delle mura del Cremlino.
Ma mentre persino l'Unione Sovietica, dopo la sua morte, sentì la necessità di prendere almeno formalmente le distanze dai crimini dello stalinismo, nella Russia contemporanea assistiamo al processo inverso: Stalin torna ad essere celebrato come simbolo di forza, ordine e grandezza nazionale.
Un busto dopo l'altro.
E mentre tutto questo accade, molti propagandisti occidentali, sempre pronti a riproporre la narrazione del Cremlino, rimangono sorprendentemente silenziosi. Sono troppo impegnati a raccontarci gli orrori del "regime di Kyiv" per trovare il tempo di accorgersi che, nella Federazione Russa, vengono ancora innalzati monumenti a uno dei più sanguinari dittatori del Novecento.
Senza vergogna.
