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Condannata a quindici anni di colonia penale per essere rimasta ucraina

Quando il giudice ha iniziato a leggere il testo della sentenza, Svitlana Loy non ha protestato, non ha implorato clemenza, non ha chiesto pietà. Ha cantato. Dietro le sbarre di un'aula di tribunale a Mosca, una donna ucraina di settant'anni ha intonato "Ridna maty moya", "Mia cara madre", una delle canzoni più amate della tradizione ucraina, un canto che parla delle proprie radici, della casa dalla quale si parte e alla quale si rimane legati per sempre. Era il 25 agosto 2026. Pochi istanti dopo, il Primo tribunale d'appello di giurisdizione generale di Mosca avrebbe confermato la sua condanna: quindici anni di colonia penale, seguiti da un ulteriore anno di restrizione della libertà. Il suo crimine? Essere rimasta fedele all'Ucraina. Svitlana Loy è nata il 10 giugno 1956 e viveva a Tokmak, nella regione di Zaporizhzhia, città occupata dalle forze russe nelle prime settimane dell'invasione su larga scala dell'Ucraina. Tra gennaio e novembre 2024, secondo gli stessi atti dell'accusa russa, effettuò attraverso un'applicazione bancaria ucraina 24 trasferimenti di denaro destinati a sostenere le Forze Armate dell'Ucraina. Complessivamente, poco più di 33mila grivne, una somma equivalente a circa 700 euro. Tra le operazioni contestate figura anche una donazione di 1.500 grivne alla fondazione "Come Back Alive", che sostiene le forze di difesa ucraine. Per quei trasferimenti una pensionata è stata condannata a quindici anni di carcere. Il 10 febbraio 2026 il cosiddetto "Tribunale regionale di Zaporizhzhia", istituito dalle autorità russe nel territorio occupato, l'ha dichiarata colpevole di "alto tradimento" ai sensi dell'articolo 275 del codice penale russo. 

È difficile immaginare una rappresentazione più inquietante della realtà dell'occupazione. Un esercito straniero entra nella tua città, occupa il territorio del tuo Stato, sostituisce le sue istituzioni con le proprie, impone le proprie leggi, distribuisce i propri passaporti e, alla fine, può accusarti di "tradimento" perché continui a considerarti cittadino del Paese al quale quella terra appartiene. Non è soltanto la storia di Svitlana Loy. È la logica stessa dell'occupazione russa. 

Le Nazioni Unite hanno documentato negli anni un sistema nel quale le autorità russe hanno progressivamente imposto nei territori occupati legislazione, amministrazione, programmi scolastici e cittadinanza russi, reprimendo contemporaneamente le manifestazioni dell'identità ucraina. Chi rifiuta il passaporto russo può incontrare ostacoli nell'accesso al lavoro, alle prestazioni sociali, alla libertà di movimento e perfino alle cure mediche. Ai posti di blocco, le persone prive di documenti russi sono state sottoposte a controlli più intensi, interrogatori e perquisizioni; in alcuni casi questi controlli si sono conclusi con detenzioni, torture e maltrattamenti. È questo il significato concreto della parola "occupazione", troppo spesso trasformata nel dibattito occidentale in una semplice linea colorata su una carta geografica. Dietro quella linea ci sono esseri umani, persone che devono controllare cosa conservano nel proprio telefono, che imparano a non parlare davanti agli sconosciuti, famiglie nelle quali una parola detta alla persona sbagliata può significare una perquisizione o un arresto, cittadini costretti a scegliere tra accettare i documenti dell'occupante e perdere la possibilità di lavorare, ricevere una pensione o essere curati. L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha descritto nei territori occupati un vero e proprio "clima di paura", documentando intimidazioni, detenzioni arbitrarie, violenze e pressioni destinate a consolidare il controllo russo sulla popolazione e a cancellare progressivamente le manifestazioni dell'identità ucraina. Svitlana Loy viveva dentro questa realtà e, nonostante tutto, continuava a donare una parte della propria pensione all'esercito che sperava un giorno potesse liberare la sua città. Non finanziava una potenza straniera contro il proprio Paese. Finanziava le Forze Armate del proprio Paese mentre la sua città era occupata da un altro Stato. È questa la contraddizione che rende l'accusa di "alto tradimento" quasi grottesca, se la conseguenza non fosse così tragica. Svitlana aveva 69 anni quando è stata condannata e ne ha compiuti settanta in detenzione, il 10 giugno scorso. Se dovesse scontare interamente la pena che le è stata inflitta, uscirebbe dal carcere quando sarebbe ormai vicina agli 85 anni. Forse è anche per questo che ciò che è accaduto il 25 agosto nell'aula del tribunale di Mosca assume un significato particolare. Davanti ai giudici che stavano per confermare una sentenza capace di portarle via ciò che resta della sua vecchiaia, Svitlana non ha pronunciato un discorso politico. Ha cantato "Ridna maty moya". Mia cara madre. In quella canzone c'erano probabilmente molte più cose di quante avrebbero potuto contenerne cento dichiarazioni: c'era Tokmak, c'era l'Ucraina, c'era la memoria della propria vita, c'era la casa che non sappiamo quando potrà rivedere e soprattutto c'era qualcosa che nessuna sentenza può confiscare, la consapevolezza di sapere chi si è. 

La storia di Svitlana dovrebbe costringerci anche a riflettere sul linguaggio con il quale continuiamo a parlare della guerra di aggressione russa contro l'Ucraina. Quando discutiamo di "territori", di "concessioni", di possibili "compromessi territoriali", rischiamo infatti di dimenticare che quei territori non sono superfici vuote da spostare da una parte all'altra di una carta durante un negoziato. Sono città, sono case e soprattutto sono persone. Persone come Svitlana Loy, che un giorno si sono addormentate in una città ucraina e si sono svegliate sotto un'occupazione straniera. Persone alle quali è stato chiesto progressivamente di cambiare documenti, istituzioni, leggi, memoria e identità e che possono essere condannate a trascorrere ciò che resta della propria vita in una colonia penale perché hanno continuato a sostenere il Paese nel quale sono nate e al quale appartengono. La Russia potrebbe porre fine a tutto questo in qualsiasi momento. Potrebbe cessare la guerra, ritirare le proprie forze dal territorio ucraino e restituire a milioni di persone il diritto elementare di vivere nel proprio Paese senza dover dimostrare fedeltà all'occupante. Svitlana Loy questa possibilità non ce l'ha. Per lei, il prezzo di ventiquattro piccole donazioni è diventato quindici anni di libertà. Ma il 25 agosto, per pochi secondi, in quell'aula di tribunale a Mosca è accaduto qualcosa che nessun giudice poteva impedire: una donna di settant'anni, dietro le sbarre, ha cominciato a cantare una canzone ucraina. La Russia poteva condannarla. Non era riuscita a farla diventare russa.

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