Per capire se la Russia rappresenti davvero una minaccia per l’Europa si continua spesso a porre la domanda sbagliata: Vladimir Putin attaccherà un Paese della Nato? Formulata in questo modo, la questione evoca inevitabilmente colonne di carri armati che attraversano il confine estone o polacco, missili contro le capitali europee e l’attivazione dell’articolo 5 del Trattato Atlantico. Poiché nulla di tutto questo è ancora accaduto, diventa facile concludere che la minaccia russa sia sopravvalutata e che Mosca non abbia alcun interesse a confrontarsi direttamente con l’Occidente. Il problema è che il confronto è già in corso. Semplicemente non assume la forma convenzionale che molti continuano ad aspettarsi.
Basta osservare ciò che è accaduto nei primi sette mesi del 2026. Droni e velivoli militari hanno ripetutamente interessato lo spazio aereo dei Paesi della Nato; bombardieri strategici e aerei da ricognizione russi hanno operato nel Baltico; sistemi di guerra elettronica hanno disturbato o falsificato i segnali GPS utilizzati non soltanto dai militari, ma anche dall’aviazione e dalla navigazione civile; sottomarini e unità specializzate russe sono stati individuati in prossimità delle infrastrutture sottomarine europee; servizi di sicurezza occidentali hanno arrestato persone accusate di raccogliere informazioni sulle industrie della difesa e sulle forniture destinate all’Ucraina. Parallelamente sono proseguite operazioni informatiche, campagne di influenza e attività riconducibili alla cosiddetta "flotta ombra", utilizzata per aggirare le sanzioni e continuare a finanziare l'economia di guerra russa. Presi singolarmente, molti di questi episodi possono essere minimizzati. Considerati insieme, descrivono qualcosa di assai diverso.
È precisamente questo il terreno sul quale Mosca preferisce confrontarsi con l’Europa: una zona grigia nella quale l’azione ostile rimane deliberatamente al di sotto della soglia che renderebbe inevitabile una risposta militare collettiva. Una violazione dello spazio aereo dura pochi secondi; il disturbo del GPS può essere negato; una nave sospetta può cambiare bandiera e proprietario; un hacker può nascondersi dietro migliaia di router compromessi; un sabotaggio può essere affidato a un intermediario reclutato su Telegram; una campagna di disinformazione può essere presentata come libera espressione di opinioni. Ogni singola operazione conserva un margine di ambiguità. È la somma delle operazioni a perdere qualsiasi ambiguità. Non a caso l’Unione europea definisce ormai quelle russe campagne ibride persistenti, coordinate e di lunga durata, comprendenti sabotaggi, attacchi informatici, interferenze informative, minacce alle infrastrutture critiche e tentativi di condizionare i processi democratici.
Dietro queste attività esiste inoltre una precisa razionalità militare e di intelligence. Far decollare i caccia Nato per intercettare un velivolo consente di misurarne i tempi di reazione. Avvicinarsi a una portaerei permette di studiarne sensori, procedure e dispositivo di protezione. Sorvegliare un’azienda che produce droni significa ricostruire una parte della catena logistica che sostiene Kyiv. Mappare reti informatiche e infrastrutture critiche significa preparare opzioni utilizzabili in caso di crisi futura. Disturbare sistematicamente la navigazione satellitare costringe i Paesi europei a spendere risorse, sviluppare ridondanze e modificare procedure. Persino quando non produce un danno immediato, l’operazione genera informazioni. E l’intelligence vive precisamente della raccolta di informazioni prima che queste diventino necessarie.
La stessa logica vale per le infrastrutture sottomarine. Cavi per le telecomunicazioni, collegamenti energetici e condotte rappresentano il sistema nervoso delle economie europee. Nell’aprile scorso l’Unione europea ha espresso formalmente preoccupazione per l’attività di sottomarini russi nell’Atlantico settentrionale, ricordando che la protezione delle infrastrutture dei fondali è ormai una componente essenziale della sicurezza europea. Nessuno sostiene che ogni nave russa avvistata vicino a un cavo stia necessariamente preparando un sabotaggio. Sarebbe un’affermazione che le prove disponibili non consentono. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare l’interesse dimostrato dalla Russia verso infrastrutture la cui interruzione potrebbe produrre conseguenze economiche e strategiche enormemente superiori al costo necessario per colpirle.
Poi vi è la flotta ombra. Anche in questo caso sarebbe un errore considerarla esclusivamente uno strumento commerciale utilizzato per vendere petrolio aggirando le sanzioni. Navi con proprietà opache, registrazioni difficili da verificare, bandiere cambiate ripetutamente e assicurazioni incerte percorrono quotidianamente le acque europee. Nel corso del 2026 Francia, Svezia, Belgio e Regno Unito sono intervenuti più volte contro unità sospettate di appartenere a questo sistema, mentre le rotte hanno progressivamente interessato anche il Mediterraneo. Dietro vi è naturalmente una necessità economica: continuare a garantire entrate alla Federazione russa e quindi alla sua macchina militare. Ma esiste anche un problema di sicurezza. Una struttura marittima volutamente opaca aumenta le possibilità di elusione, raccolta informativa e pressione sulle autorità europee e trasferisce sui Paesi costieri una parte considerevole dei rischi ambientali e operativi.
La dimensione forse più insidiosa rimane tuttavia quella interna alle società europee. Mosca non ha bisogno di convincere gli europei ad amare la Russia. Le basta persuaderne una parte che resisterle sia inutile, troppo costoso o addirittura provocatorio. Da anni la propaganda russa insiste sugli stessi concetti: l’Ucraina sarebbe responsabile della guerra, le sanzioni danneggerebbero soltanto l’Europa, la Nato starebbe preparando un conflitto contro Mosca, qualsiasi aumento della spesa militare costituirebbe una forma di "bellicismo", mentre la pace potrebbe essere ottenuta semplicemente interrompendo il sostegno a Kyiv. È una costruzione narrativa particolarmente efficace perché non chiede necessariamente adesione alla politica del Cremlino. È sufficiente generare stanchezza, sfiducia e paralisi decisionale. Il Consiglio dell’Unione europea ha adottato nel 2026 nuove misure contro persone ed entità accusate proprio di partecipare alle attività russe di manipolazione delle informazioni e interferenza rivolte alle opinioni pubbliche europee.
Questo non significa che l’Europa debba vivere nell’isteria di una guerra imminente. Al contrario. Confondere la consapevolezza della minaccia con l’allarmismo è un altro modo per evitare il problema. La deterrenza funziona quando l’avversario sa che le proprie azioni avranno un costo e quando le società che intende destabilizzare possiedono una resilienza sufficiente a sopportarne la pressione. Significa rafforzare il controspionaggio, proteggere le industrie strategiche e le infrastrutture critiche, migliorare la cybersecurity, sviluppare sistemi alternativi di navigazione e comunicazione, controllare realmente le reti finanziarie e commerciali utilizzate per aggirare le sanzioni e soprattutto imparare ad attribuire pubblicamente le operazioni ostili quando le prove lo consentono. L’ambiguità è infatti un’arma soltanto finché l’avversario accetta di considerare ogni episodio separatamente.
La Russia conosce bene questa debolezza occidentale. Sa che una democrazia ha bisogno di prove, procedure, attribuzioni e consenso prima di reagire. Per questo opera ai margini, avanza e arretra, osserva la risposta, modifica le tecniche e torna a colpire. È una strategia meno spettacolare dell’invasione di un Paese Nato, ma proprio per questo può essere praticata per anni. L’obiettivo non è necessariamente conquistare Berlino, Varsavia o Roma. È molto più realistico: indebolire progressivamente la capacità europea di opporsi agli interessi russi, rendere politicamente costoso il sostegno all’Ucraina, dividere gli alleati e convincere una parte dell’opinione pubblica che reagire alle pressioni di Mosca sia più pericoloso che subirle.
L’errore più grave sarebbe quindi attendere l’ipotetico carro armato russo oltre il confine della Nato per riconoscere finalmente l’esistenza della minaccia. Quando uno Stato viola spazi aerei, disturba sistemi di navigazione, esplora infrastrutture critiche, conduce operazioni informatiche, recluta intermediari, raccoglie informazioni sulle industrie della difesa e utilizza sistematicamente la manipolazione dell’informazione contro le società europee, la questione non è più stabilire se rappresenti o meno una minaccia. La questione è decidere quanto a lungo l’Europa intenda continuare a comportarsi come se ogni episodio fosse soltanto una coincidenza.
