L’allarme di un’automobile continua a suonare nei pressi della stazione Termini. Due uomini armeggiano intorno alla vettura, mentre la maggior parte dei passanti prosegue per la propria strada. Oleksandr Chumachenko, però, decide di fermarsi.
Ha 22 anni, viene da Kharkiv ed è un atleta ucraino di taekwondo. Tutti lo chiamano Sasha. Insieme al connazionale e compagno di allenamenti Myhailo Kosak si avvicina ai due uomini e intima loro di allontanarsi. Uno riesce a fuggire. L’altro viene raggiunto e immobilizzato fino all’arrivo dei carabinieri. Durante la colluttazione tenta di liberarsi e morde il giovane atleta a una mano, ma Sasha non lascia la presa.
L’uomo fermato, un quarantaseienne, viene infine arrestato con l’accusa di rapina impropria. Ma è ciò che Chumachenko dice dopo l’intervento a trasformare un fatto di cronaca romana in una storia che merita di essere raccontata.
"Non volevamo essere indifferenti come la gente che passava. L’Italia ci ha accolto dalla guerra e questo per noi è stato un gesto non da eroi, ma di civismo".
Sasha non cerca medaglie per quanto ha fatto. Quelle prova a conquistarle sul tatami. Spiega di essere intervenuto per riconoscenza verso il Paese che, nell’aprile del 2022, gli ha consentito di lasciare una città sottoposta agli attacchi russi e di continuare ad allenarsi lontano dalle bombe. Da allora è ospite della Federazione italiana taekwondo presso il Centro di preparazione olimpica "Giulio Onesti" di Roma, insieme al fratello gemello Andrey e ad altri giovani atleti ucraini.
La sua vita nella capitale è divisa tra lo sport e il lavoro. Si allena quasi ogni giorno e, insieme a Kosak, lavora come cameriere in uno dei ristoranti presenti nella zona compresa tra Termini e piazza della Repubblica. Prima della guerra, i due erano rivali: competevano per un posto nella nazionale ucraina e per la qualificazione ai campionati europei. In Italia sono diventati compagni di allenamento, colleghi e amici.
Sasha pratica il taekwondo da quando aveva otto anni. Domenica sera, tuttavia, non gli è servito per colpire, ma per controllare. Ha utilizzato una tecnica simile a un placcaggio e ha mantenuto immobilizzato l’uomo senza perdere la calma, nonostante i tentativi di divincolarsi e i morsi ricevuti. È forse questo il particolare più significativo: la forza non come sopraffazione, ma come capacità di impedire la violenza e dominarne l’impulso.
"Il taekwondo mi ha insegnato la pazienza, la disciplina e la capacità di tenere la testa sotto controllo", ha spiegato il giovane.
La vicenda racconta anche qualcosa dell’Italia e dell’accoglienza concessa agli atleti ucraini dopo l’invasione russa. La Federazione non ha offerto loro soltanto impianti e allenatori. Ha garantito uno spazio nel quale continuare a vivere, allenarsi e immaginare un futuro mentre, a migliaia di chilometri di distanza, le loro città venivano bombardate.
Quattro anni dopo, uno di quei ragazzi ha voluto ricambiare a modo proprio. Non con un discorso e neppure con una dichiarazione solenne, ma scegliendo di non voltarsi dall’altra parte.
Non occorre trasformare Sasha in un eroe. È lui stesso a rifiutare questa definizione. Il suo gesto vale proprio perché nasce da una concezione ordinaria e concreta della responsabilità: vedere qualcosa di sbagliato, intervenire e attendere l’arrivo delle forze dell’ordine.
Un ragazzo fuggito dalla guerra ha ricordato a una città distratta che l’accoglienza non è necessariamente un rapporto a senso unico. Talvolta chi viene accolto restituisce molto più di quanto ha ricevuto. E lo fa semplicemente scegliendo di non restare indifferente.
