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Pirlo non può rappresentare l’Italia

La panchina della Nazionale non è un incarico tecnico come gli altri. Chi la occupa non deve soltanto scegliere una formazione, preparare una partita o conquistare la qualificazione a un torneo. Rappresenta l’Italia.

È questa la ragione per cui considero inopportuna l’eventuale nomina di Andrea Pirlo a commissario tecnico degli Azzurri.

La discussione non riguarda le sue qualità calcistiche. Pirlo è stato un campione del mondo e un protagonista indiscusso della storia recente della Nazionale. Si può discutere della sua esperienza come allenatore, dei risultati ottenuti o della sua capacità di guidare un gruppo. Ma il problema, in questo caso, viene prima del calcio.

Nell’ottobre 2025 Pirlo ha accettato di diventare Global ambassador di Fonbet, il principale bookmaker russo. Non un semplice contratto pubblicitario destinato a rimanere confinato nelle pagine commerciali, ma una collaborazione alla quale la stessa società ha attribuito un preciso significato politico e simbolico.

Fonbet rivendicò esplicitamente l’ingaggio di Pirlo come la prova che, nonostante l’"isolamento quasi totale" della Russia, le grandi stelle dello sport mondiale erano ancora disponibili a collaborare con aziende russe.

"La firma di una figura come Andrea Pirlo è una vittoria indiscutibile non solo per Fonbet, ma per l'intero sport russo. Per noi è estremamente importante dimostrare che, anche in condizioni di isolamento praticamente totale, stelle di livello mondiale sono pronte a collaborare apertamente con aziende russe e ad aiutare la promozione dello sport nazionale sia all'interno della Russia sia all'estero. Grazie a questa collaborazione potremo aumentare il prestigio delle nostre competizioni interne, conquistare un nuovo pubblico e ispirare persone non solo in Russia e nella CSI, ma in tutto il mondo". Questo il testo della dichiarazione attribuita all'ufficio stampa di Fonbet e pubblicata dalla stampa russa il 9 ottobre 2025 in occasione dell'annuncio della nomina di Andrea Pirlo a Global Ambassador.

Quelle parole non lasciano molto spazio alle interpretazioni. L’immagine di Pirlo è stata utilizzata per sostenere che l’isolamento sportivo e internazionale imposto alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina potesse essere superato. Il messaggio era semplice: Mosca continuava ad attrarre personaggi prestigiosi dello sport mondiale e poteva mostrarli come testimonianza di una normalità che la guerra aveva cancellato.

Pirlo ha accettato di diventare il volto di questa operazione.

Il 24 maggio 2026 è poi comparso a Mosca al "Football Day", organizzato dalla Federazione calcistica russa e dal Dipartimento dello sport della capitale nella giornata culminata con il Superfinale della FONBET Coppa di Russia. L’ex campione italiano partecipò a una partita-esibizione, posò per fotografie e firmò autografi mentre era ancora global ambassador del bookmaker russo.

Non si trattava di una visita privata o di una presenza sottratta all’attenzione pubblica. Pirlo era il protagonista internazionale di una manifestazione inserita nel grande apparato promozionale del calcio russo, mentre l’esercito di Mosca continuava a bombardare le città ucraine.

La sua partecipazione provocò inevitabilmente reazioni in Ucraina. L’atleta Vladyslav Heraskevych lo accusò di avere preferito il denaro ai principi. Un giudizio duro, ma comprensibile per chi vive in un Paese sottoposto ogni giorno agli attacchi russi e vede personalità occidentali contribuire a restituire rispettabilità internazionale allo Stato aggressore.

Ci sarà inevitabilmente chi reagirà infastidito: "Anche per la scelta del commissario tecnico della Nazionale dobbiamo parlare dell'Ucraina?". Ma non siamo noi a trascinare la guerra dentro il calcio. È stata Fonbet ad attribuire all'ingaggio di Pirlo un significato che andava molto oltre la pubblicità, presentandolo come una vittoria contro l'isolamento della Russia. Quando un'azienda politicizza apertamente una collaborazione commerciale, non si può poi pretendere che quella collaborazione torni a essere neutrale nel momento in cui diventa scomoda. Fingere che si tratti soltanto di calcio significa accettare proprio quella normalizzazione che Mosca cerca di ottenere.

Pirlo non ha violato alcuna legge. È bene dirlo chiaramente. Non è in discussione la legittimità formale del contratto con Fonbet, né il diritto di un professionista di scegliere le proprie collaborazioni commerciali.

Ma non tutto ciò che è lecito è anche opportuno.

Sono convinto che il commissario tecnico della Nazionale debba essere valutato secondo criteri più rigorosi di quelli utilizzati per scegliere l’allenatore di una società privata. Il Ct indossa idealmente la stessa maglia dei calciatori. Parla a nome del calcio italiano, compare davanti al mondo con lo stemma della Repubblica sul petto e diventa, durante le competizioni internazionali, uno dei volti più riconoscibili del nostro Paese.

Per questa ragione le sue scelte pubbliche contano. Contano le parole, i comportamenti e anche le collaborazioni accettate.

La Russia ha trasformato da tempo lo sport in uno strumento di influenza, prestigio e legittimazione politica. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’esclusione delle squadre russe dalle competizioni internazionali non è stata una decisione estranea allo sport, ma la conseguenza dell’utilizzo sistematico dello sport da parte del Cremlino come proiezione della propria potenza.

In questo contesto, diventare ambasciatore di un’importante azienda russa e partecipare a una manifestazione a Mosca non può essere considerato un gesto neutrale. Lo è ancora meno quando la stessa azienda presenta pubblicamente quella collaborazione come la dimostrazione che la Russia, nonostante l’isolamento, continua a essere accettata dalle grandi personalità internazionali.

Fonbet ha attribuito all’accordo con Pirlo un significato propagandistico. Pirlo ha continuato a prestare il proprio volto a quell’accordo.

La Figc dovrebbe quindi domandarsi non soltanto se Andrea Pirlo possa essere un buon allenatore, ma se sia la persona adatta a rappresentare la Nazionale italiana.

A mio giudizio, la risposta è no.

La guida degli Azzurri non può essere affidata a chi ha consentito che la propria immagine venisse utilizzata per contestare l’isolamento della Russia mentre quella stessa Russia continuava la guerra contro l’Ucraina.

Allenare una squadra è una professione. Raappresentare l’Italia è una responsabilità.

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