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Mearsheimer e cinque anni di profezie smentite

Nel febbraio 2022, mentre oltre centomila soldati russi erano schierati ai confini dell'Ucraina, John Mearsheimer si mostrava sicuro: "Putin è certamente abbastanza intelligente da capire che invadere e occupare l'Ucraina sarebbe una ricetta per enormi problemi. Non credo che invaderanno".

La prima parte dell'affermazione si è rivelata corretta: l'invasione ha trascinato la Russia in una guerra lunga, sanguinosa e immensamente costosa. La previsione principale, però, è stata clamorosamente smentita appena pochi giorni dopo, quando Vladimir Putin ha ordinato l'attacco su vasta scala.

Non sarebbe stato l'ultimo errore.

Nel settembre 2023 Mearsheimer dichiarava che "gli ucraini sono condannati a perdere" e che non esisteva alcuna possibilità che potessero vincere. A distanza di quasi tre anni, l'Ucraina non ha vinto la guerra, ma neppure è stata sconfitta: continua a esistere come Stato sovrano e a contrastare l'aggressione russa.

All'inizio del 2024 sosteneva che fosse "ridicolo pensare che l'Ucraina possa tenere la linea nel 2024 e poi passare all'offensiva". La citazione completa è importante: Mearsheimer non affermava semplicemente che Kyiv non sarebbe riuscita a mantenere il fronte, ma giudicava irrealistico che potesse prima resistere e successivamente tornare all'offensiva. Nello stesso intervento ammetteva, infatti, che il migliore scenario possibile per gli ucraini fosse proprio conservare lo status quo nel corso del 2024. Il senso generale della sua analisi, tuttavia, rimaneva quello di una sconfitta ucraina ormai prossima.

Nell'aprile 2025 il pronostico diventava ancora più netto: "Faccio fatica a immaginare che gli ucraini possano resistere in modo significativo oltre il 2025". L'Ucraina ha superato anche quella scadenza.

Nel luglio 2026, infine, il tono appare decisamente più prudente: "I russi stanno avanzando lentamente". Quest'ultima affermazione, presa isolatamente, non costituisce una previsione sbagliata. Descrive un'avanzata russa lenta e costosa. Proprio qui, però, emerge il contrasto con gli annunci precedenti: dopo anni di sconfitte ucraine presentate come certe, imminenti e inevitabili, siamo ancora a un esercito russo che procede lentamente senza essere riuscito a spezzare la resistenza dell'Ucraina.

Il curriculum previsionale di Mearsheimer sulla guerra appare quindi molto meno brillante di quanto lascerebbe pensare la sicurezza con cui continua a esporre le proprie conclusioni. Il problema non è il realismo come strumento di analisi. Il problema nasce quando una teoria viene trasformata in una formula deterministica capace di spiegare qualsiasi comportamento russo e di assolvere preventivamente il Cremlino da ogni responsabilità.

Secondo Mearsheimer, l'allargamento della NATO e il tentativo occidentale di avvicinare l'Ucraina avrebbero reso la guerra sostanzialmente inevitabile. In questa ricostruzione, la Russia appare quasi come un corpo sottoposto alle leggi della fisica: spinto, accerchiato e infine costretto a reagire. La decisione di Putin scompare e al suo posto rimane una presunta necessità geopolitica.

Ma Putin non è stato trascinato in Ucraina da una forza naturale. Ha compiuto una scelta politica e militare. Avrebbe potuto non invadere. Avrebbe potuto continuare a negoziare, esercitare pressioni diplomatiche o convivere con un'Ucraina sovrana. Ha invece deciso di attaccare un Paese confinante, tentando di rovesciarne il governo e occupandone il territorio.

È proprio questa la ragione per cui le interpretazioni di Mearsheimer risultano tanto utili alla propaganda russa. Non perché egli ripeta necessariamente le parole del Cremlino, ma perché fornisce una cornice teorica nella quale l'aggressore diventa la vittima delle circostanze e l'aggredito finisce per essere responsabile della propria aggressione.

Mearsheimer, Jeffrey Sachs e Noam Chomsky provengono da tradizioni intellettuali differenti. Eppure, nel dibattito occidentale sulla guerra, le loro argomentazioni finiscono spesso per convergere nella rappresentazione di una Russia essenzialmente reattiva e di un Occidente indicato come autentico motore del conflitto. Il risultato è materiale prezioso per la propaganda russa in lingua inglese, confezionato da autorevoli intellettuali occidentali e quindi molto più credibile di qualsiasi comunicato proveniente direttamente da Mosca.

Vale infine la pena ricordare che una parte consistente del fronte del "la Russia non invaderà" non ha mai realmente riconosciuto il proprio errore. Dopo il 24 febbraio 2022, molti sono passati senza esitazione da "Putin non attaccherà" a "Putin è stato costretto ad attaccare". Qualcuno è arrivato persino a sostenere che l'invasione fosse comprensibile, inevitabile o, in ultima analisi, giustificata.

Sarebbe stato più serio dire: "Mi sono sbagliato. Non avevo compreso le intenzioni del Cremlino e devo riconsiderare le mie categorie di analisi".

Mearsheimer non lo ha fatto. Ha semplicemente spostato in avanti, anno dopo anno, la data della sconfitta ucraina. E quando una previsione viene continuamente rinviata per adattarla alla realtà, non siamo più davanti a una previsione. Siamo davanti a una convinzione che attende ostinatamente di essere confermata.




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