Per comprendere come la Cina concepisca la competizione strategica non basta leggere ciò che gli analisti occidentali scrivono sull’Esercito Popolare di Liberazione. Bisogna partire da ciò che l’EPL dice di se stesso.
The Science of Military Strategy, nella versione pubblicata nel 2020 dalla National Defense University dell’Esercito Popolare di Liberazione, è uno dei testi più autorevoli per conoscere il pensiero strategico militare cinese. Non costituisce, in senso stretto, una direttiva operativa ufficiale, ma offre una rappresentazione sistematica del modo in cui gli strateghi cinesi interpretano il potere, la deterrenza, l’informazione, la tecnologia e il ruolo delle forze armate nel perseguimento degli obiettivi politici.
Una delle lezioni più significative è che la competizione non comincia quando viene sparato il primo colpo. È un processo permanente, attraverso il quale si cerca di modificare l’ambiente strategico molto prima che il confronto assuma una dimensione apertamente militare.
Ciò che colpisce è soprattutto l’impostazione complessiva. Il testo colloca la strategia militare all’interno della più ampia strategia nazionale di sicurezza e di sviluppo e la mette in relazione con politica, economia, diplomazia, scienza e tecnologia. La forza armata non agisce quindi in uno spazio separato, ma come parte di un’architettura più vasta del potere statale.
Diplomazia, economia, tecnologia, cyberspazio, informazione e potere militare possono concorrere, in forme differenti, alla costruzione di un vantaggio strategico. L’obiettivo non è necessariamente sconfiggere l’avversario sul campo di battaglia. Può essere sufficiente condizionarne le decisioni, modificarne le percezioni, indebolirne le alleanze, acquisire leve economiche e rendere progressivamente più favorevole il contesto nel quale dovrà operare.
Da una prospettiva di competizione strategica sotto soglia, la lezione è evidente. Il confronto si sviluppa soprattutto nella capacità di influenzare popolazioni, classi dirigenti, istituzioni e processi decisionali, ricorrendo in modo coordinato a strumenti politici, economici, informativi, tecnologici e, quando necessario, militari.
In questa visione, il successo non coincide necessariamente con una vittoria militare tradizionale. Può consistere nella capacità di orientare il comportamento dell’avversario, limitarne le alternative e indurlo ad accettare una situazione strategica già trasformata a proprio svantaggio.
La competizione si svolge quindi anche nel dominio umano: nella percezione della minaccia, nella fiducia verso le istituzioni, nella coesione delle alleanze, nella formazione delle élite e nella capacità dei decisori di interpretare correttamente ciò che sta accadendo. Economia, tecnologia e informazione non costituiscono semplicemente strumenti di accompagnamento dell’azione militare, ma possono produrre autonomamente effetti strategici.
Troppo spesso studiamo i nostri concorrenti attraverso categorie elaborate da noi stessi. Questo libro ricorda che comprendere un avversario significa, prima di tutto, capire come esso definisca la strategia, il conflitto e la vittoria.
Non si tratta di condividere quella visione, né di attribuire alla Cina una capacità infallibile di coordinamento. Significa riconoscere che ignorarne la cultura strategica aumenta il rischio di interpretarne male le azioni e di accorgersi troppo tardi dei cambiamenti prodotti.
Gli Stati Uniti e l’Occidente conoscono teoricamente il principio dell’integrazione degli strumenti del potere nazionale. Le loro dottrine prevedono da tempo il coordinamento delle componenti diplomatiche, informative, militari ed economiche. Il problema non è quindi l’assenza del concetto, ma la difficoltà di tradurlo in un’azione realmente coerente, continuativa e orientata al lungo periodo.
La sfida posta dalla Cina non consiste soltanto nella crescita delle sue capacità militari, economiche e tecnologiche. Consiste soprattutto nella sua capacità di impiegarle all’interno di una visione unitaria, modificando progressivamente l’ambiente strategico senza attendere l’inizio di una guerra. L’Occidente rischia così di prepararsi a combattere un conflitto mentre Pechino sta già conducendo la competizione destinata a determinarne l’esito.
