Per decenni Vladimir Putin ha governato la Russia attraverso un patto tanto semplice quanto efficace: fedeltà assoluta in cambio di protezione. Agli uomini del presidente era consentito arricchirsi, costruire imperi economici, occupare ministeri e distribuire appalti, purché non mettessero mai in discussione il vertice del sistema.
Quel patto, però, sembra non valere più.
Nel Cremlino è iniziata una guerra di tutti contro tutti. Generali, viceministri, governatori, sindaci e uomini d’affari che fino a ieri si consideravano intoccabili vengono arrestati, interrogati o trascinati davanti ai tribunali. Non perché la Russia abbia improvvisamente scoperto la legalità, ma perché la corruzione, da componente strutturale del potere, è diventata anche uno strumento per regolare i conti al suo interno.
In Russia quasi tutti gli uomini del sistema possono essere accusati di qualcosa. La differenza non è tra innocenti e colpevoli, ma tra chi continua a essere protetto e chi ha perso la protezione.
Il caso più clamoroso è quello di Ilja Traber, soprannominato "l’Antiquario", figura emersa nella San Pietroburgo degli anni Novanta e protagonista del settore portuale e logistico della città. Il 17 giugno è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta sul presunto omicidio su commissione dell’imprenditore e politico Aleksandr Petrov, ucciso nel 2020. Il Cremlino ha sempre negato rapporti personali o d’affari tra Traber e Putin, ma la sua ascesa risale proprio agli anni in cui l’attuale presidente lavorava nell’amministrazione comunale di San Pietroburgo. Per decenni quel passato non gli aveva creato problemi. Ora non è più sufficiente a proteggerlo.
Poche settimane dopo è stato arrestato Konstantin Makhov, dirigente coinvolto in alcuni dei più importanti progetti riconducibili alla galassia economica dei fratelli Arkadij e Boris Rotenberg. Makhov e l’ex responsabile dell’aviazione civile Aleksandr Neradko sono accusati di aver sottratto circa 800 milioni di rubli durante la costruzione della terza pista dell’aeroporto Domodedovo di Mosca. Makhov rappresenta finora la figura più vicina ai Rotenberg raggiunta dall’inchiesta. E quando in Russia vengono arrestati gli uomini di fiducia, raramente l’obiettivo è soltanto l’uomo di fiducia.
La tecnica è già stata sperimentata contro l’apparato costruito dall’ex ministro della Difesa Sergej Shoigu. L’attacco non è cominciato direttamente da lui, ma dalla progressiva demolizione della sua rete di collaboratori.
Timur Ivanov, ex viceministro responsabile delle grandi costruzioni militari, è stato condannato nel luglio 2025 a tredici anni di colonia penale. Secondo l’accusa, avrebbe partecipato alla sottrazione di 4,1 miliardi di rubli, in gran parte trasferiti su conti esteri. Il tribunale ha inoltre confiscato proprietà, automobili e denaro per un valore di circa 2,5 miliardi di rubli.
Nel marzo 2026 è arrivato il turno di Ruslan Tsalikov, per anni primo viceministro e uno degli uomini più vicini a Shoigu. Le accuse comprendono appropriazione indebita, riciclaggio e corruzione. Il suo arresto ha confermato che la campagna non riguardava singoli episodi, ma lo smantellamento sistematico di un intero centro di potere.
Prima di loro erano già caduti il generale Jurij Kuznetsov, responsabile del personale del ministero, Vadim Shamarin, ai vertici delle comunicazioni militari, e Ivan Popov, ex comandante della 58ª Armata. Il Cremlino ha presentato tutto come una normale lotta alla corruzione. Una spiegazione quasi comica per un sistema che ha consentito per anni a quegli stessi funzionari di accumulare ricchezze e distribuire contratti senza essere disturbati.
La repressione non si ferma alle mura del ministero della Difesa. Nell’aprile 2026 l’ex governatore della regione di Kursk, Aleksej Smirnov, è stato condannato a quattordici anni di carcere per corruzione. L’inchiesta riguardava il denaro destinato alla costruzione delle fortificazioni lungo il confine con l’Ucraina: opere che avrebbero dovuto fermare le forze ucraine e che, secondo gli investigatori, erano state invece trasformate in una fonte di arricchimento.
La guerra ha modificato le regole interne del putinismo. Finché le risorse erano abbondanti, il Cremlino poteva tollerare che ogni gruppo prelevasse la propria quota. Ora il denaro deve finanziare l’esercito, sostenere l’economia sottoposta alle sanzioni, compensare le perdite e mantenere il consenso. Gli spazi per la spartizione si restringono e la competizione tra clan diventa più feroce.
Chi perde influenza perde anche l’immunità.
È questo il vero significato delle epurazioni. Non la nascita di uno Stato più onesto, ma il passaggio a una fase più brutale del sistema. La legge non viene applicata in modo uguale: viene estratta dal cassetto quando qualcuno deve essere sacrificato. I fascicoli restano aperti per anni, le prove vengono accumulate e le indagini riemergono nel momento politicamente più conveniente.
Nessuno sa più con certezza quali siano i limiti. Essere amici di Putin non basta. Aver servito lo Stato non basta. Aver finanziato grandi progetti pubblici o partecipato alla guerra non basta. La protezione dura soltanto finché il capo considera utile concederla.
Putin non sta soltanto punendo corrotti e incapaci. Sta ricordando all’intera élite che ogni posizione, ogni patrimonio e perfino ogni libertà personale dipendono dalla sua volontà.
Ma un sistema fondato esclusivamente sulla paura produce inevitabilmente altra paura. I funzionari smettono di prendere decisioni, i generali cercano protezioni, gli oligarchi nascondono patrimoni e i diversi apparati dello Stato iniziano a colpirsi reciprocamente per prevenire l’attacco degli avversari.
Il Cremlino assomiglia così sempre più a un barattolo pieno di ragni. Putin può continuare ad agitarlo per impedire che qualcuno diventi abbastanza forte da sfidarlo. Il problema è che, prima o poi, i ragni smettono di divorarsi soltanto tra loro e cominciano a cercare chi ha chiuso il coperchio.
