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Quando il silenzio diventa rischio strategico

L’ex presidente del Comitato militare della NATO, l’ammiraglio Rob Bauer, non ha raccontato soltanto una telefonata mancata con il generale Valery Gerasimov, capo di Stato maggiore delle Forze armate russe. Ha descritto qualcosa di più profondo: il collasso di un canale militare diretto che, in condizioni normali, dovrebbe restare aperto proprio quando i rischi di escalation sono più alti.

Secondo Bauer, egli cercò più volte di contattare Gerasimov, anche tramite lettere. La prima risposta fu che il generale russo era impegnato con l’operazione militare speciale. In seguito, gli venne fatto capire che la NATO era parte del problema e che, proprio per questo, non poteva essere un interlocutore. È un dettaglio tutt’altro che secondario. Quando i canali militari professionali scompaiono, la capacità di segnalazione si indebolisce, gli errori di calcolo diventano più probabili e la gestione dell’escalation si sposta su un terreno più politico, più pubblico e inevitabilmente più fragile.

Il ragionamento più ampio di Bauer è ancora più importante. La NATO non è formalmente in guerra con la Russia. Non esiste, oggi, una situazione riconducibile all’Articolo 5. Eppure, nel cyber, nell’informazione e nello spazio, il confine tra guerra e pace è già profondamente sfumato. L’Europa vive così in una condizione strategica che molte istituzioni faticano ancora a definire: non una guerra generale, non una pace normale, ma uno scontro persistente nella zona grigia, dove la Russia può sondare, disturbare, intimidire e plasmare le percezioni senza superare apertamente la soglia che imporrebbe una risposta militare collettiva.

Per questo il dibattito non può essere ridotto a una questione semantica. Se l’Europa continua a trattare attacchi informatici, sabotaggi, disinformazione, pressioni nello spazio e intimidazioni politiche come incidenti isolati, finirà sempre per rispondere troppo tardi e in modo troppo ristretto. Se, al contrario, tratta ogni azione ostile come guerra aperta, rischia di perdere la necessaria disciplina nella gestione dell’escalation. La vera sfida è costruire una postura capace di riconoscere l’ostilità senza perdere il controllo della soglia.

Il riferimento di Bauer alla Cina aggiunge un ulteriore livello di complessità. La capacità della Russia di continuare la guerra non è soltanto una questione russa. Pechino può evitare di fornire apertamente armi a Mosca, ma allo stesso tempo garantire quell’ossigeno industriale, economico e tecnologico che consente alla macchina bellica russa di continuare a funzionare. Questo non significa negare la responsabilità e l’autonomia decisionale del Cremlino. Significa, piuttosto, riconoscere che la sicurezza europea non può più essere analizzata soltanto attraverso una lente Europa-Russia.

Per la NATO, il vero avvertimento è che la deterrenza deve ormai funzionare contemporaneamente su più domini, più soglie e più teatri. La prontezza militare resta essenziale, ma non basta. Contano anche la resilienza delle società, la capacità industriale, la difesa cibernetica, la sicurezza spaziale, il contrasto alla disinformazione e la capacità di comunicare con chiarezza anche quando il dialogo formale viene deliberatamente negato.

Lo spazio strategico più pericoloso non è sempre quello della guerra aperta. A volte è quello in cui una parte sa di essere già sotto attacco, ma non ha ancora deciso come chiamarlo.

Guarda intera intervista

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