L'immagine ha qualcosa di simbolico. August Hanning, ottant'anni, capelli bianchi, camicia chiara e giacca scura, viene accompagnato dagli agenti fuori dalla propria abitazione nel Nordreno-Vestfalia. Non è un funzionario qualsiasi. Per anni è stato uno degli uomini chiamati a custodire alcuni dei segreti più sensibili della Germania. È stato Presidente del Bundesnachrichtendienst, il BND, il servizio di intelligence estero tedesco dal dicembre 1998 al novembre 2005 e successivamente Segretario di Stato al Ministero federale dell'Interno. Oggi si trova dall'altra parte. La Procura federale tedesca lo sospetta, tra l'altro, di aver acquisito illegalmente informazioni classificate provenienti dal BND e di averle utilizzate nell'ambito delle proprie attività private. Le contestazioni comprendono ipotesi estremamente gravi: spionaggio, acquisizione di segreti di Stato, attività di intelligence per conto di soggetti stranieri e tentato tradimento. Accuse che dovranno naturalmente essere provate e rispetto alle quali vale pienamente la presunzione di innocenza. Ma la vicenda, indipendentemente dal suo futuro esito giudiziario, pone già interrogativi che vanno ben oltre la posizione personale dell'ex presidente del servizio.
Al centro dell'inchiesta vi sarebbe un rapporto rimasto operativo per anni tra Hanning e un suo ex collaboratore, Manfred D., già responsabile del suo ufficio e successivamente tornato a ricoprire incarichi di rilievo all'interno del BND. È stato capo di gabinetto di diversi successori di Hanning alla presidenza del BND da marzo 2012 a marzo 2026. Secondo gli investigatori, fino al giugno 2022 quest'ultimo avrebbe fornito all'ex superiore circa duemila documenti dell'intelligence tedesca, alcuni dei quali classificati, ricevendo denaro in cambio.
Secondo quanto dichiarato dai pubblici ministeri, Manfred D. è accusato di "favoreggiamento e complicità in tentato tradimento e spionaggio nell'interesse di una potenza straniera".
Se questa ricostruzione fosse confermata, ci troveremmo di fronte a un caso quasi da manuale di insider threat. Non necessariamente attraverso il reclutamento clandestino di un funzionario sconosciuto, né mediante sofisticate operazioni informatiche. Molto più semplicemente sfruttando un rapporto personale costruito durante anni di lavoro comune, alimentato dalla fiducia e soprattutto dalla conoscenza reciproca delle strutture, delle procedure e delle persone.
Per un servizio di intelligence, una fonte collocata vicino ai vertici rappresenta uno degli asset più preziosi. Chi occupa determinate posizioni non dispone soltanto di singole informazioni riservate. Conosce quali informazioni esistono, dove cercarle, chi le produce, quali interessano maggiormente ai decisori e quali provengono dai servizi partner. Non è una differenza marginale. Significa poter comprendere non soltanto ciò che un servizio sa, ma anche come lo sa, da chi lo ha appreso e quale valore attribuisce a quella conoscenza.
Tra il materiale presumibilmente trasferito vi sarebbero infatti documenti destinati alla preparazione delle riunioni sulla situazione dell'intelligence presso la Cancelleria federale. Materiale particolarmente delicato, perché potenzialmente capace di contenere non soltanto valutazioni prodotte dal BND, ma anche informazioni ricevute da servizi stranieri.
Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più pericolosi dell'intera vicenda. Un servizio di intelligence non vive soltanto delle informazioni che riesce a raccogliere autonomamente. Vive anche della fiducia degli altri servizi. Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Israele e gli altri partner condividono intelligence perché confidano nella capacità del destinatario di proteggerla. Quando questa fiducia viene incrinata, il danno non coincide semplicemente con il numero dei documenti compromessi. Può tradursi in una minore disponibilità a condividere informazioni particolarmente sensibili, nell'esclusione da determinati circuiti o nella maggiore prudenza con cui un partner decide cosa possa essere trasmesso.
In altre parole, una fuga di informazioni può cessare nel momento in cui viene individuata la fonte. La perdita di fiducia può produrre conseguenze molto più durature.
Il caso Hanning presenta poi un secondo elemento che merita attenzione: ciò che accade agli uomini dell'intelligence quando lasciano il servizio.
Hanning ha concluso la propria esperienza alla guida del BND nel 2005 e successivamente ha proseguito la carriera al Ministero dell'Interno. Terminata definitivamente l'attività pubblica, ha intrapreso quella privata, trasformandosi progressivamente in consulente e intermediario internazionale. Nulla di illegittimo, in sé. Il problema nasce quando ciò che il mercato acquista non è soltanto l'esperienza maturata da un ex alto funzionario, ma anche il capitale relazionale costruito mentre rappresentava lo Stato.
Un ex direttore di un servizio di intelligence non smette infatti di possedere, il giorno in cui lascia l'incarico, ciò che ha accumulato durante decenni di carriera. Conosce funzionari, ministri, diplomatici, ufficiali, dirigenti di servizi stranieri. Conosce procedure che non compaiono nei documenti pubblici. Sa come funziona realmente una struttura, dove sono collocati i centri decisionali e quali canali utilizzare per raggiungerli. Conserva inoltre una credibilità personale capace di aprire porte normalmente chiuse.
È precisamente qui che il confine tra esperienza professionale e patrimonio dello Stato rischia di diventare pericolosamente sottile. Negli anni successivi alla sua uscita dalla pubblica amministrazione, Hanning ha lavorato come consulente e ha partecipato ad attività imprenditoriali in diversi settori. Il suo nome è comparso anche in relazione a clienti e interlocutori internazionali controversi.
La questione non riguarda soltanto la Germania. Il fenomeno delle cosiddette revolving doors, le porte girevoli tra incarichi pubblici e settore privato, è ben conosciuto nella politica, nella difesa e nell'industria. Nel mondo dell'intelligence assume però caratteristiche particolari. Un ex dirigente ministeriale può portare con sé competenze e contatti. Un ex direttore di un servizio porta con sé anche una conoscenza profonda dei meccanismi attraverso i quali uno Stato raccoglie, valuta, condivide e protegge i propri segreti.
La sicurezza, quindi, non può terminare con la restituzione del tesserino.
La Germania aveva già sperimentato quanto devastante possa essere una compromissione interna quando, nel dicembre 2022, un dirigente del BND venne arrestato con l'accusa di aver trasmesso informazioni alla Russia. Il caso Hanning è differente, ma rischia di essere politicamente ancora più imbarazzante proprio per il livello raggiunto dall'uomo oggi sottoposto a indagine: non un funzionario periferico, ma un ex presidente del servizio.
C'è infine un dettaglio quasi paradossale. Durante la propria carriera Hanning era stato tra coloro che più duramente avevano criticato le fughe di informazioni riservate. Aveva denunciato quella che definiva una "cultura delle fughe di notizie" e ricordato quanto fosse essenziale impedire che segreti ufficiali potessero compromettere fonti e operazioni.
Oggi è lui a trovarsi accusato di aver oltrepassato quella linea.
Saranno i giudici a stabilire se le contestazioni formulate dagli investigatori siano fondate. Ma il caso offre già una lezione che qualsiasi comunità di intelligence dovrebbe considerare con attenzione: proteggere un segreto non significa soltanto impedire che un documento venga sottratto o copiato. Significa proteggere nel tempo anche le persone, le relazioni e le conoscenze attraverso cui quel segreto può continuare a circolare.
Perché un uomo può lasciare il servizio. Il patrimonio di accessi, relazioni e conoscenze che ha accumulato, invece, lo accompagna molto più a lungo. Ed è proprio quando quel patrimonio acquista un valore di mercato che il confine tra esperienza e vulnerabilità può diventare pericolosamente sottile.
