Come descrivereste uno Stato che prende di mira un ponte della metropolitana intasato di pendolari?
Guardate attentamente questa immagine. Sotto scorre il fiume. Dentro quel treno ci sono lavoratori, genitori, studenti che stanno tornando a casa. Sopra di loro, un drone esplosivo russo a reazione colpisce il ponte d’acciaio e la barriera protettiva.
Quando un governo utilizza droni esplosivi contro edifici residenziali mentre le famiglie dormono, non si può parlare di strategia militare. Quando vengono colpiti magazzini alimentari e poi si attende l’arrivo dei soccorritori per lanciare un secondo attacco contro chi sta cercando di salvare vite, non si tratta di un "danno collaterale".
Quando esseri umani vengono torturati nei seminterrati dei territori occupati, non siamo più nel terreno della geopolitica, ma in quello della repressione e della violenza sistematica.
E quando uomini accusati di aver partecipato a esecuzioni, torture e atrocità vengono celebrati, premiati o portati nelle istituzioni, la retorica della pace si scontra con i fatti.
C’è un nome per tutto questo: terrorismo di Stato.
Da oltre quattro anni e mezzo, la guerra non si combatte soltanto sul campo di battaglia. Si combatte contro la possibilità stessa di vivere una vita normale.
Congelare una popolazione. Lasciare intere città senza energia. Colpire le infrastrutture da cui dipendono milioni di persone. Trasformare ogni notte in un’attesa, ogni sirena in una minaccia, ogni casa in un possibile bersaglio.
Vogliono il freddo. Vogliono il buio. Vogliono il silenzio. Vogliono distruzione. Vogliono paura. Vogliono che un intero popolo si convinca che resistere non serva più.
Esiste una differenza tra la tragedia e la volontà di terrorizzare. Tra l’errore umano e la scelta deliberata di fare della sofferenza dei civili uno strumento di guerra. Ciò che la Russia infligge quotidianamente all’Ucraina non può essere ridotto a una semplice violazione delle regole. È qualcosa di più profondo: è la normalizzazione della crudeltà come strumento politico e militare.
E sarebbe un errore pensare che tutto questo possa restare confinato entro i confini dell’Ucraina. L’ingiustizia non rimane mai ferma. Ogni limite che viene oltrepassato senza conseguenze prepara il terreno per il successivo. Ogni atrocità che il mondo impara a tollerare alza un poco di più la soglia di ciò che diventa accettabile.
La compiacenza non placa chi considera la forza l’unico linguaggio possibile. Gli dimostra soltanto che può spingersi ancora oltre. Il mostro cresce quando viene alimentato. E con esso cresce il suo appetito.
Per questo non basta indignarsi dopo ogni attacco. Non basta contare i morti, esprimere cordoglio e poi tornare alla normalità fino al missile successivo.
Ogni scappatoia finanziaria lasciata aperta, ogni meccanismo utilizzato per aggirare le sanzioni, ogni rapporto economico che continua a sostenere indirettamente la macchina bellica contribuisce a mantenerne intatta la capacità di colpire.
Il prossimo missile non nasce dal nulla. Il prossimo drone non arriva dal nulla. La prossima fossa comune non sarà il risultato di una fatalità. Dietro ogni arma ci sono risorse, componenti, denaro, reti commerciali e decisioni politiche.
Per questo arriva un momento in cui l’ambiguità deve finire. Occorre interrompere le linee economiche e finanziarie che alimentano la capacità di continuare questa guerra. Occorre chiudere le vie attraverso cui le restrizioni vengono aggirate. Occorre sostenere l’Ucraina con la consapevolezza che ciò che è in gioco non riguarda soltanto il destino di un Paese.
Perché il problema non è soltanto quello che sta accadendo oggi a Kyiv, Kharkiv, Odesa o nelle città vicine al fronte. Il problema è ciò che il mondo decide di considerare normale.
Oggi è un drone sopra un ponte della metropolitana pieno di pendolari. Domani potrebbe essere altrove. E quando il limite della crudeltà viene spostato abbastanza a lungo, prima o poi arriva davanti alla porta di qualcun altro.
