Sul pavimento di un appartamento devastato di Kyiv è rimasto aperto un quaderno di scuola. Le pagine sono ancora lì, tra polvere e macerie. La scrittura ordinata di un ragazzo di quattordici anni, alcune parole sottolineate, un compito che avrebbe dovuto essere terminato quella mattina. Sul foglio sono rimaste anche le tracce di ciò che è accaduto pochi istanti dopo.
Quel quaderno apparteneva a Daniel Umansky.
La mattina del 25 settembre Daniel era nella sua stanza e stava facendo i compiti. Doveva scrivere di Volodymyr Monomakh, principe della Rus' di Kyiv vissuto tra l'XI e il XII secolo, e riflettere sugli insegnamenti morali contenuti nella sua celebre "Istruzione": il rispetto per gli altri, la protezione dei più deboli, l'aiuto agli orfani, il dovere di chi possiede forza e autorità di non abusarne.
Principi formulati oltre nove secoli fa, che un ragazzo del XXI secolo stava cercando di tradurre nelle parole del proprio tempo.
Daniel non è riuscito a terminare il compito.
Intorno alle otto del mattino, un drone russo ha colpito l'edificio residenziale nel quartiere Pechersk, nel centro di Kyiv. Daniel è morto nella sua casa. Sua madre è rimasta ferita. Aveva quattordici anni.
Tra le macerie dell'appartamento, il suo quaderno è rimasto aperto.
Poche immagini riescono a raccontare con altrettanta immediatezza ciò che questa guerra continua a significare per milioni di persone. Daniel stava riflettendo sul dovere di proteggere i più vulnerabili proprio mentre la violenza della guerra è arrivata dentro la sua stanza. Non è necessario aggiungere altro.
A quattordici anni cercava di comprendere come principi scritti nel Medioevo potessero conservare un significato nel presente: il rispetto degli altri, la responsabilità verso chi ha bisogno di aiuto, il dovere morale di non restare indifferenti. Poi un drone ha raggiunto il suo appartamento.
La morte di Daniel non è però un episodio isolato. Dal 27 agosto alla fine di settembre, a Kyiv sono stati registrati 235 allarmi aerei, per complessive 261 ore: più di dieci giorni trascorsi complessivamente sotto una condizione di allerta.
Dietro questi numeri c'è una dimensione della guerra che rischia di diventare invisibile proprio perché quotidiana. Significa interrompere una lezione, scendere in un rifugio, svegliarsi nel cuore della notte, controllare il telefono per sapere dove stanno cadendo i droni, chiedersi se sia più sicuro restare in casa o raggiungere una stazione della metropolitana. Significa anche continuare a studiare.
Le Nazioni Unite hanno documentato, tra il 1° e il 24 settembre 2026, almeno 200 civili uccisi e 1.234 feriti in Ucraina, precisando che si tratta di dati preliminari destinati a crescere con il completamento delle verifiche. Nello stesso periodo, a Kyiv sono state registrate vittime civili in sedici dei primi ventiquattro giorni del mese.
Dentro queste statistiche ci sono però persone. Case. Famiglie. Oggetti rimasti dove qualcuno li aveva lasciati pochi minuti prima. E talvolta un quaderno.
Forse è proprio quel quaderno a impedire che la sua storia diventi soltanto un altro numero nell'elenco delle vittime.
Perché Daniel Umansky, la mattina del 25 settembre, non stava combattendo una guerra. Non stava facendo politica. Non stava prendendo parte a un conflitto. Era nella sua stanza. Aveva quattordici anni. Stava facendo i compiti. Non è riuscito a finirli perché i russi lo hanno ucciso.
