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USA: allarme sul rischio di autoritarismo nell’Amministrazione Trump

Non capita spesso che centinaia di uomini e donne abituati per professione a osservare dall'ombra governi stranieri, crisi politiche e processi di destabilizzazione decidano di applicare gli stessi strumenti analitici al proprio Paese. È precisamente ciò che sta facendo The Steady State, una rete che oggi riunisce oltre 400 ex funzionari della sicurezza nazionale americana provenienti, tra gli altri, da CIA, FBI, Dipartimento di Stato, Dipartimento della Difesa e Department of Homeland Security. L'allarme rilanciato in questi giorni dal Financial Times non nasce quindi semplicemente dalle dichiarazioni di qualche ex agente ostile a Donald Trump. Alla base esiste un vero documento analitico, Accelerating Authoritarian Dynamics: Assessment of Democratic Decline, pubblicato il 16 ottobre 2025 e successivamente aggiornato, nel quale ex analisti della Intelligence Community hanno fatto qualcosa di decisamente insolito: utilizzare il metodo dell'intelligence statunitense per valutare lo stato di salute della democrazia americana. La loro conclusione è formulata con il linguaggio prudente tipico delle valutazioni d'intelligence: con un livello di fiducia tra moderato e alto, gli Stati Uniti sarebbero entrati in una traiettoria verso quello che la scienza politica definisce "autoritarismo competitivo". Non una dittatura tradizionale, dunque, né l'abolizione immediata delle elezioni o dei tribunali, ma un sistema nel quale queste istituzioni continuano formalmente a esistere mentre il terreno sul quale opera l'opposizione viene progressivamente inclinato a favore di chi detiene il potere.

È proprio questo aspetto a rendere particolarmente interessante il documento. Gli autori precisano di non rappresentare il governo americano e di non avere utilizzato informazioni classificate. Il rapporto si basa esclusivamente su fonti aperte, ma è strutturato come un prodotto di "finished intelligence": vengono definiti lo scopo dell'analisi, gli indicatori osservati, i livelli di confidenza dei giudizi e la possibile evoluzione futura. Gli stessi analisti ricordano che, quando erano in servizio, il loro compito consisteva nell'esaminare Paesi stranieri e che la Intelligence Community non deve svolgere attività d'intelligence sulla politica interna americana. Ora, da privati cittadini, hanno deciso di rivolgere verso Washington quella capacità analitica che per anni avevano utilizzato per studiare Mosca, Pechino, Teheran o altri sistemi politici. I segnali presi in considerazione sono quelli classici del democratic backsliding: concentrazione dei poteri nell'esecutivo, indebolimento degli organi indipendenti di controllo, politicizzazione della pubblica amministrazione, pressione sulla magistratura, uso selettivo della giustizia, erosione del ruolo del Parlamento, manipolazione delle regole elettorali e delegittimazione sistematica di stampa, università e società civile.

Il giudizio più netto riguarda l'esecutivo. The Steady State afferma con "alta confidenza" che l'arretramento democratico negli Stati Uniti sta accelerando e, sempre con alta confidenza, che le istituzioni dello Stato vengono utilizzate in maniera crescente per colpire avversari e proteggere alleati. Nel rapporto viene analizzata l'espansione dell'utilizzo degli ordini esecutivi, la rivendicazione di poteri emergenziali molto ampi e soprattutto la trasformazione del rapporto tra Casa Bianca e burocrazia federale. Uno degli elementi segnalati è il ritorno di una logica simile alla cosiddetta "Schedule F", attraverso la quale migliaia di funzionari di carriera possono perdere parte delle tradizionali protezioni del civil service e diventare più facilmente rimovibili. Non si tratta di una questione amministrativa secondaria. Il sistema americano ha storicamente cercato di separare il funzionario professionale dal funzionario politico proprio perché CIA, FBI, Dipartimento della Difesa, diplomazia e amministrazione federale devono continuare a funzionare indipendentemente dal partito che occupa temporaneamente la Casa Bianca. Se la competenza viene progressivamente sostituita dalla lealtà personale, il problema smette di essere soltanto democratico e diventa un problema di sicurezza nazionale.

È qui che le vicende delle autorizzazioni di sicurezza assumono un significato più ampio. Nel gennaio 2025 Trump ordinò la revoca delle security clearance agli ex funzionari dell'intelligence coinvolti nella lettera del 2020 sul laptop di Hunter Biden e a John Bolton; nei mesi successivi analoghe misure interessarono Joe Biden, Kamala Harris, Antony Blinken, Jake Sullivan, Hillary Clinton, Letitia James e altri critici o avversari del presidente. The Steady State dedica a questo tema un'intera parte del rapporto perché una security clearance non è un'onorificenza: per chi continua a lavorare nel settore della difesa, della sicurezza o dell'intelligence privata può rappresentare una condizione essenziale per esercitare la propria professione. Utilizzarla come strumento di punizione personale, sostengono gli autori, produce inevitabilmente un chilling effect. Il messaggio trasmesso alla comunità professionale diventa semplice: contestare il potere può avere conseguenze sulla carriera anche dopo aver lasciato il governo. È la stessa preoccupazione espressa al Financial Times dall'avvocato Mark Zaid, secondo il quale un impiego delle autorizzazioni di sicurezza contro presunti nemici politici su questa scala non si osservava negli Stati Uniti dai tempi della "paura rossa" degli anni Cinquanta.

Ancora più delicata è la questione dell'intelligence. Nel documento gli ex funzionari parlano apertamente di politicizzazione e di progressivo svuotamento della comunità informativa. Vengono ricordate le revoche delle autorizzazioni, le rimozioni di dirigenti che avevano prodotto valutazioni non coincidenti con la narrativa politica dell'amministrazione e la riduzione di strutture dell'Office of the Director of National Intelligence. Il rischio è duplice. Da una parte il decisore politico può essere tentato di premiare l'intelligence che conferma ciò che desidera sentire e marginalizzare quella che lo contraddice; dall'altra gli analisti imparano rapidamente quali conclusioni garantiscono una carriera e quali invece possono comprometterla. È uno dei meccanismi più pericolosi per qualsiasi servizio d'intelligence. Un'organizzazione informativa che dice al capo ciò che il capo vuole sentirsi dire smette progressivamente di essere intelligence e diventa uno strumento di validazione del potere. Il Financial Times richiama proprio questo problema parlando delle informazioni declassificate utilizzate dall'amministrazione per rilanciare la tesi di una presunta interferenza cinese nelle elezioni del 2020, nonostante la valutazione pubblicata nel 2021 dal National Intelligence Council avesse concluso diversamente. Per gli ex funzionari intervistati, il punto non è impedire al presidente di declassificare informazioni - prerogativa già utilizzata da numerose amministrazioni - ma evitare che il processo informativo venga trasformato in un'arma per legittimare retroattivamente una narrativa politica.

The Steady State non limita però l'analisi all'intelligence. Il rapporto individua cinque grandi dinamiche che si alimentano reciprocamente: espansione e "weaponization" del potere esecutivo, indebolimento dell'indipendenza giudiziaria, debolezza del Congresso, vulnerabilità del sistema elettorale e deterioramento della fiducia nelle istituzioni e nella società civile. Sull'indipendenza giudiziaria la valutazione è espressa con "moderata confidenza": gli autori osservano la crescente pressione politica sui giudici, gli attacchi alla loro legittimità e il ricorso sempre più frequente alle procedure d'urgenza della Corte Suprema. Sul Congresso il problema è differente: non necessariamente un potere sottratto con la forza, ma un potere progressivamente ceduto. La polarizzazione e la fedeltà partitica, secondo il rapporto, riducono la capacità del Legislativo di comportarsi come ramo autonomo e coeguale dello Stato. Un presidente orientato alla concentrazione del potere non ha quindi sempre bisogno di distruggere il Parlamento; può essere sufficiente che il Parlamento rinunci spontaneamente a controllarlo.

Particolare attenzione viene riservata alle elezioni di midterm del 2026. Il documento originario analizzava gerrymandering, restrizioni al voto, pressioni sugli amministratori elettorali, intimidazioni e delegittimazione preventiva dei risultati. Il meccanismo descritto è tipico dei sistemi definiti competitivamente autoritari: non occorre cancellare il voto, basta renderlo progressivamente meno competitivo, modificare le regole a vantaggio della maggioranza, controllare gli organismi che amministrano il processo e preparare l'opinione pubblica a considerare fraudolento un risultato sfavorevole. È precisamente su questo terreno che sta lavorando anche un'altra organizzazione composta da veterani dell'intelligence, l'Institute for the Study of States of Exception, che sta esaminando quali poteri d'emergenza potrebbero teoricamente essere utilizzati per interferire con una consultazione elettorale americana. Non significa che un simile scenario si realizzerà. Significa che persone abituate professionalmente all'analisi degli scenari di crisi ritengono ormai necessario studiarlo.

Due settimane dopo la pubblicazione dell'assessment dell'ottobre 2025, The Steady State compì un ulteriore passo, scrivendo direttamente ai leader del Congresso. Nella lettera del 30 ottobre il direttore esecutivo Steven A. Cash chiese che il Government Accountability Office venisse incaricato di compiere una valutazione indipendente sulla resilienza democratica degli Stati Uniti. Le domande proposte sembrano quasi dei Key Intelligence Questions rivolti a un Paese sotto osservazione: quanto sono politicizzati Dipartimento di Giustizia, Difesa e Intelligence Community? Quanto è ancora indipendente la magistratura? Il Congresso conserva realmente la capacità di controllare l'esecutivo? Quali conseguenze avrà la politicizzazione del civil service? Quanto è resiliente il sistema elettorale? In che misura disinformazione e delegittimazione stanno distruggendo la fiducia pubblica? Qual è la condizione della libertà accademica, dei media e della società civile? E, infine, come si collocano oggi gli Stati Uniti negli indicatori internazionali sullo Stato di diritto, sui checks and balances e sulla libertà di espressione? Il significato politico dell'iniziativa è evidente, ma quello istituzionale lo è ancora di più: ex professionisti dell'intelligence chiedono che gli stessi strumenti utilizzati per individuare l'autoritarismo all'estero vengano applicati sistematicamente al loro Paese.

Nell'aggiornamento del 1° giugno 2026 il linguaggio della rete si è fatto ancora più severo. The Steady State ritiene che il secondo mandato abbia rafforzato la centralità della lealtà personale e ridotto ulteriormente le barriere interne alla presidenza. In un'altra valutazione pubblicata nell'aprile scorso, Trump Unleashed: Leadership Patterns and Implications in the Second Term, gli autori descrivono una leadership sempre più personalizzata e orientata alla dominanza, nella quale immagine, eredità personale e dimostrazione di forza tendono a prevalere sul processo istituzionale. Il fatto che queste valutazioni provengano da un'organizzazione apertamente critica verso Trump impone naturalmente prudenza: The Steady State non è la CIA, non è un organismo governativo e non rappresenta l'Intelligence Community. La Casa Bianca respinge radicalmente questa interpretazione e sostiene che Trump abbia ricevuto dagli elettori il mandato precisamente opposto: smantellare l'uso politico dell'apparato federale attribuito all'amministrazione Biden, ridurre il potere dei burocrati non eletti e restituire autorità ai cittadini. Anche la CIA ha contestato l'affidabilità di alcuni ex funzionari critici dell'amministrazione. È una replica che deve essere registrata, perché il conflitto riguarda ormai anche la definizione stessa di ciò che costituisce una difesa della democrazia: per gli oppositori di Trump è la tutela dei contrappesi istituzionali; per i suoi sostenitori è la subordinazione della burocrazia permanente alla volontà espressa dagli elettori attraverso il presidente.

Il vero elemento di novità, dunque, non è stabilire se Donald Trump possa essere definito oggi un autocrate. Sarebbe una semplificazione che lo stesso rapporto di The Steady State evita. L'allarme è più sofisticato e forse proprio per questo più inquietante. Gli ex analisti descrivono un processo, non un evento: le democrazie moderne raramente muoiono con i carri armati davanti al Parlamento. Possono deteriorarsi lentamente mentre le elezioni continuano a tenersi, i giornali continuano a uscire e i tribunali continuano a emettere sentenze. Ogni singola modifica può apparire giustificabile, legale o reversibile; è la loro accumulazione a modificare la natura del sistema. È ciò che per decenni gli analisti americani hanno osservato negli altri Paesi. Oggi più di quattrocento ex professionisti della sicurezza nazionale ritengono necessario cercare quegli stessi indicatori a Washington. E forse è proprio questo, più delle accuse contro Trump, il dato che dovrebbe preoccupare maggiormente gli Stati Uniti.

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