"Ma per favore, in nessun contratto e in nessuna lettera fate riferimento all'ambito militare. Su WhatsApp potete parlarne, ma nei documenti non deve comparire nulla del genere, d'accordo?".
A parlare è Bilal Ipek, imprenditore turco
e titolare della Pyramid Mühendislik Ticaret. Dall'altra parte del telefono c'è
una giornalista ucraina che si presenta come responsabile di una società russa
interessata ad acquistare macchinari europei per un'impresa collegata al
complesso militare-industriale.
Bilal non interrompe la conversazione. Non
mostra sorpresa e non pone obiezioni sulla destinazione finale delle
attrezzature. Chiede soltanto se la macchina debba essere nuova oppure usata,
affronta il problema delle sanzioni, spiega di avere già venduto macchine
utensili a clienti russi e assicura che, attraverso banche, agenti e
intermediari, una soluzione per il pagamento può essere trovata.
È il passaggio più esplicito di
un'inchiesta realizzata dai giornalisti polacchi di
Frontstory, che ha ricostruito una delle rotte attraverso le quali macchine
utensili europee ad alta precisione continuano a raggiungere la Russia. Il
percorso parte dalla Polonia, attraversa la Turchia e termina presso società
russe collegate, direttamente o attraverso i propri soci, a fornitori del
complesso militare-industriale.
Al centro dell'indagine si trova lo
stabilimento di Pleszew, in Polonia, conosciuto con il suo storico nome FAMOT e
oggi parte del gruppo tedesco-giapponese DMG Mori. La fabbrica produce torni,
fresatrici e centri di lavorazione a controllo numerico capaci di realizzare
componenti metallici complessi con precisione micrometrica.
Non si tratta di macchinari militari in
senso stretto. Sono attrezzature dual use, impiegabili nell'industria
automobilistica, aeronautica ed energetica, ma indispensabili anche per
produrre alberi, involucri, boccole, parti di motori, sistemi di guida e altri
componenti utilizzati nella costruzione di missili, droni e velivoli militari.
I centri di lavorazione e i torni a
controllo numerico identificati dai codici doganali 8457.10 e 8458.11 sono
inseriti dall'Unione europea nella lista dei "Common High Priority Items".
È l'elenco dei beni e delle tecnologie che risultano utilizzati nei sistemi
d'arma russi rinvenuti sul campo di battaglia o che sono considerati essenziali
per svilupparli e produrli.
Secondo i dati doganali esaminati dagli
investigatori, dall'inizio dell'invasione su larga scala fino al 30 novembre
2024 sarebbero entrate in Russia attrezzature prodotte nello stabilimento FAMOT
per un valore di almeno 1,2 milioni di dollari. Le spedizioni dalla Turchia
sarebbero state almeno 48. In diversi documenti, le macchine venivano
dichiarate come destinate a impieghi civili o "non militari".
Una delle operazioni ricostruite risale al
luglio 2024. Macchine per la lavorazione dei metalli, del valore superiore a
100mila dollari, furono inviate in Russia attraverso la società turca OTL
Uluslararası Dış Ticaret. Il destinatario era la OOO "Saturn EK",
impresa di San Pietroburgo inserita nelle liste sanzionatorie statunitensi.
La società appare, a prima vista, come una
normale azienda commerciale. La sua direttrice, Anna Ivanova, gestisce anche
un'impresa alimentare e un'attività specializzata nella vendita di sigari.
Dietro questa apparente normalità emerge però una rete di rapporti societari
più significativa.
Il precedente fondatore di Saturn EK, Yuri
Skrotsky, è infatti proprietario della GK Snabzhenie, società che ha ottenuto
contratti pubblici russi per centinaia di milioni di rubli. Tra i suoi clienti
figurano imprese produttrici di radar, sistemi navali, dispositivi per i caccia
Su-27 e gli elicotteri Ka-52, armi leggere, sistemi ottici e apparecchiature di
comunicazione destinate alla Marina russa.
Un provvedimento di un tribunale russo
dimostra inoltre che GK Snabzhenie ha fornito beni per oltre 868mila dollari
allo stabilimento radioelettronico Polyot di Chelyabinsk nell'ambito di un
contratto statale della difesa. L'inchiesta non dimostra che ogni macchina
importata da Saturn EK sia stata consegnata a una fabbrica di armamenti, ma
documenta il collegamento tra le persone che controllano l'importatore e una
rete di forniture militari russe.
Un secondo caso conduce a Domodedovo, nei
pressi di Mosca. Nel novembre 2024 una macchina FAMOT per tornitura e
fresatura, costruita nel 2017 e valutata oltre 80mila dollari, fu inviata alla
OOO "Kortisa".
Formalmente Kortisa produce compensato,
pannelli e tappi di legno. L'azienda dichiarava soltanto due dipendenti, ma nel
2024 aveva registrato ricavi vicini a un milione di dollari. Utilizzare una
macchina progettata per lavorare acciaio e titanio con precisione micrometrica
per produrre comuni componenti in legno sarebbe tecnicamente possibile, ma
economicamente difficilmente giustificabile.
Anche in questo caso non esiste una prova
definitiva che la macchina sia stata trasferita successivamente a un produttore
di armi. Esiste però il dato doganale: il fornitore era la Pyramid Mühendislik
Ticaret di Bilal Ipek, lo stesso intermediario contattato dai giornalisti sotto
copertura.
La finta cliente russa gli spiega
chiaramente di lavorare con imprese che forniscono attrezzature alle Forze
armate. Gli chiede una CLX 350 prodotta da FAMOT. Bilal risponde di aver già
acquistato macchine CNC in Europa e di averne organizzato l'esportazione verso
la Russia. Parla di trasferimenti bancari, pagamenti in rubli e agenti
incaricati di far transitare il denaro.
Quando gli viene chiesta una macchina
nuova, spiega che l'operazione sarebbe più difficile, perché il produttore e le
autorità pretendono di conoscere il vero utilizzatore finale. Suggerisce allora
una soluzione alternativa: una macchina usata, o formalmente utilizzata per un
breve periodo da una società turca, da riesportare successivamente in Russia.
La regola fondamentale è una sola: nessun
riferimento scritto all'utilizzo militare. La destinazione può essere discussa
nelle conversazioni informali, ma deve scomparire dai contratti, dalle lettere
e dalla documentazione presentata alle autorità.
[Ascolta la conversazione registrata]
Il meccanismo mostra il limite strutturale
delle sanzioni occidentali. Sulla carta, l'esportazione di tecnologie dual use
verso la Russia è vietata. Nella pratica, una società europea può vendere una
macchina a un operatore turco che dichiara un impiego civile. Il macchinario
può essere installato temporaneamente, rivenduto come usato e trasferito
attraverso una nuova società, rendendo molto più difficile seguire il bene e
identificarne il destinatario effettivo.
Dal 2022 le autorità polacche avrebbero
rilasciato quasi quattromila autorizzazioni per l'esportazione di macchine CNC
dual use. In circa seicento casi il destinatario finale dichiarato si trovava
in Turchia. Il dato non dimostra che quelle esportazioni fossero irregolari, ma
conferma l'importanza assunta dal Paese come mercato di transito per tecnologie
sensibili.
La Turchia non è l'unica piattaforma
utilizzata. Le reti russe operano attraverso società situate in Cina, Emirati
Arabi Uniti, Asia centrale e Sud-est asiatico. Secondo l'intelligence estone,
il GRU svolge un ruolo crescente nel coordinamento delle attività di
approvvigionamento: circa cento ufficiali dell'intelligence militare russa
sarebbero impegnati nell'analisi dei codici doganali, delle offerte commerciali
e delle catene logistiche necessarie ad aggirare le restrizioni.
Non esistono elementi che consentano di
attribuire direttamente al GRU le spedizioni FAMOT ricostruite nell'inchiesta.
Il metodo utilizzato, tuttavia, corrisponde al modello descritto dai Servizi
occidentali: società di recente costituzione, intermediari nei Paesi terzi,
occultamento dell'utilizzatore finale, pagamenti frazionati e impiego di
documentazione commerciale apparentemente regolare.
DMG Mori ha negato qualsiasi coinvolgimento
consapevole in esportazioni illegali verso la Russia. Il gruppo sostiene di
avere interrotto le proprie attività nel Paese dopo l'invasione e ricorda che,
nel febbraio 2024, le autorità russe hanno assunto il controllo della sua
partecipazione nello stabilimento di Ulyanovsk.
La società ammette però di non poter
escludere che soggetti terzi acquistino le proprie macchine e le trasferiscano
illegalmente. Dal primo gennaio 2024 i nuovi macchinari DMG Mori sono dotati
del sistema "Relocation Machine Security", che rileva gli spostamenti
e blocca l'apparecchiatura fino all'intervento di un tecnico autorizzato. Le
macchine precedenti, tuttavia, non possono essere localizzate o disattivate a
distanza.
L'inchiesta non prova che lo stabilimento
polacco abbia deliberatamente venduto tecnologie alla Russia, né che tutte le
attrezzature individuate siano oggi utilizzate per costruire armamenti.
Dimostra però qualcosa di altrettanto preoccupante: una volta uscita
dall'Unione europea, una macchina industriale strategica può attraversare più
società, cambiare formalmente proprietario e scomparire dai sistemi di
controllo.
Le sanzioni non si aggirano necessariamente
con operazioni sofisticate. Talvolta bastano un intermediario disponibile, una
società turca, una banca compiacente e una dichiarazione nella quale nessuno
pronuncia la parola "militare".
Mosca ha trasformato l'elusione delle
restrizioni in una componente stabile della propria economia di guerra. Per
contrastarla non sono sufficienti nuove liste di prodotti vietati. Occorrono
registri internazionali dei numeri di serie, controlli successivi alla
consegna, tracciabilità delle macchine usate, verifiche sulle variazioni
societarie e una reale armonizzazione delle sanzioni europee, statunitensi e
britanniche.
Una macchina utensile non esplode, non vola e non colpisce direttamente una città ucraina. Ma senza quelle macchine la Russia avrebbe molte più difficoltà a costruire i motori, gli involucri e i componenti di precisione che consentono ai suoi missili e ai suoi droni di continuare a farlo.

