Oggi, sulla spiaggia di Odesa, non c’erano giochi, risate o castelli di sabbia. C’erano peluche. Uno per ogni bambino ucraino ucciso dalla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. Accanto a ciascuno, un nome. Un’età. La data in cui quel bambino è stato strappato alla vita. Una dedica piena di dolore.
Dietro ognuno di quei peluche c’era una vita. Un compleanno che non arriverà mai. Una camera rimasta vuota. Una madre che aspetta di sentire ancora una volta quella voce che non tornerà.
La guerra non sta distruggendo soltanto città ucraine. Sta portando via ciò che un Paese ha di più prezioso: i suoi bambini.
Odesa oggi non ha mostrato rabbia. Ha mostrato memoria.
E noi abbiamo il dovere di guardare. Di ricordare. Di non permettere che queste vite diventino soltanto statistiche.
Noi ricordiamo.
