Ci sono immagini che riescono a raccontare una guerra meglio di qualsiasi rapporto militare o dichiarazione politica. Quelle di Mykhailo Dianov appartengono a questa categoria. In una lo si vede durante la difesa di Azovstal: il volto segnato dalla stanchezza, la divisa militare, lo sguardo di chi sa di trovarsi dentro uno degli assedi più drammatici della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. In un’altra fotografia, scattata dopo la prigionia, appare quasi irriconoscibile. Scheletrico. Consumato dalla fame, dalle torture e dall’assenza di cure mediche adeguate. Poi arriva la terza immagine. Dianov sorride. Mostra il braccio. È ancora segnato dalle cicatrici, ma è vivo. E forse è proprio questa sequenza a spiegare meglio di tutto il resto cosa significhi resistere.
Nel 2022 Mykhailo Dianov era tra i difensori dell’acciaieria Azovstal, l’ultimo bastione ucraino durante l’assedio di Mariupol. Per settimane soldati e civili rimasero intrappolati nei bunker sotterranei del gigantesco complesso industriale mentre sopra di loro la città veniva distrutta dai bombardamenti russi. Mancava il cibo. Mancavano medicine, anestetici, strumenti chirurgici. Le ferite venivano curate in condizioni disperate. Ogni giorno era una lotta per sopravvivere ancora qualche ora.
Quando la resistenza terminò e i difensori furono catturati dalle forze russe, iniziò un altro inferno. Le immagini diffuse dopo il suo rilascio attraverso uno scambio di prigionieri sconvolsero il mondo. Dianov appariva devastato fisicamente. Aveva perso decine di chili. Il suo corpo sembrava quello di un uomo molto più anziano. Le ferite riportate durante i combattimenti erano peggiorate drasticamente durante la detenzione. In quel volto scavato non c’era soltanto la sofferenza di un singolo uomo. C’era il riflesso di ciò che molti prigionieri ucraini hanno raccontato dopo essere sopravvissuti alla prigionia russa.
Eppure la sua storia non si è fermata a quelle fotografie. Dopo il ritorno in Ucraina, Dianov ha affrontato mesi di interventi chirurgici, riabilitazione e dolore fisico. Ricostruire un corpo distrutto dalla fame e dalle torture richiede tempo, forza e soprattutto la volontà di non lasciarsi spezzare definitivamente da ciò che si è vissuto. Lentamente, però, qualcosa ha iniziato a cambiare. Il volto che era diventato simbolo della sofferenza ha iniziato a trasformarsi nel simbolo opposto: quello della resilienza.
Ed è probabilmente questo che rende la sua vicenda così potente anche al di fuori dell’Ucraina. Perché la storia di Mykhailo Dianov non parla soltanto della guerra. Parla della capacità umana di rialzarsi dopo essere stati portati al limite. Parla della forza di continuare a vivere quando qualcuno ha cercato di distruggerti fisicamente e psicologicamente. Nella fotografia finale non ci sono soltanto muscoli recuperati o ferite guarite. C’è qualcosa di più profondo. C’è il rifiuto di arrendersi.
La Russia voleva mostrare al mondo uomini spezzati. Le immagini di Dianov raccontano invece un’altra verità. Raccontano che si può affamare un uomo, torturarlo, ridurlo allo stremo. Ed è forse proprio questo che i regimi fondati sulla paura non riescono mai davvero a comprendere: ci sono uomini che possono essere piegati, feriti, affamati. Ma non spezzati.
