Il 31 maggio 1997, a Kyiv, il Presidente della Russia, Boris Yeltsin, e il Presidente dell'Ucraina, Leonid Kuchma, firmarono il Trattato di Amicizia, Cooperazione e Partenariato tra Russia e Ucraina, passato alla storia come il "Grande Trattato".
In quel documento Mosca riconosceva l'inviolabilità dei confini emersi dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, si impegnava a rispettare l'integrità territoriale dell'Ucraina e riconosceva la Crimea come parte integrante dello Stato ucraino. Le due parti si obbligavano inoltre a non usare la forza né a consentire che il proprio territorio fosse utilizzato per azioni ostili contro l'altra.
Nel 2014 tutto questo iniziò a sgretolarsi. Con l'annessione illegale della Crimea e il sostegno militare ai gruppi separatisti nel Donbas, la Russia di Vladimir Putin avviò un processo di destabilizzazione destinato a trasformarsi in una guerra aperta.
Il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa ha lanciato l'invasione su vasta scala dell'Ucraina. Una guerra che oggi dura da 1.558 giorni.
Quel trattato portava firme, sigilli e impegni solenni. Era un accordo internazionale sottoscritto da due Stati sovrani. Eppure è bastata la volontà di un uomo al Cremlino perché quelle parole venissero calpestate, insieme ai confini che avrebbero dovuto proteggere.
Oggi, di quel documento, resta soprattutto una lezione: la pace non è garantita dalle firme apposte sulla carta, ma dalla volontà di rispettarle.
C'era una volta un trattato che prometteva amicizia tra Russia e Ucraina. Oggi, dopo anni di aggressione, distruzione e sangue, resta soltanto la prova di quanto possa essere fragile una promessa quando chi l'ha sottoscritta decide di rinnegarla.
