Per anni l'immagine della Serbia nello scenario geopolitico europeo è stata quella del partner più vicino alla Russia nel continente. Storia comune, legami religiosi, vicinanza culturale slava, il sostegno di Mosca sulla questione del Kosovo e una diffusa simpatia popolare verso il Cremlino hanno contribuito ad alimentare la narrativa di un rapporto quasi naturale, quasi inevitabile. Per questo motivo le recenti dichiarazioni della presidente del Parlamento serbo Ana Brnabić meritano probabilmente più attenzione di quella che hanno ricevuto.
Parlando a margine del forum GLOBSEC di Praga, Brnabić ha infatti pronunciato parole che fino a qualche anno fa sarebbero sembrate difficili da immaginare nel linguaggio politico serbo. Ha dichiarato di non considerare Russia e Serbia paesi "fratelli" sul piano politico, ha ribadito che Belgrado considera l'attacco russo all'Ucraina "un chiaro atto di aggressione e una violazione del diritto internazionale", ha ricordato il sostegno serbo all'integrità territoriale dell'Ucraina e il voto favorevole all'espulsione della Russia dal Consiglio ONU per i Diritti Umani.
Naturalmente sarebbe un errore interpretare queste parole come una rottura improvvisa tra Belgrado e Mosca. La Serbia non ha aderito alle sanzioni contro la Russia, Aleksandar Vučić continua a mantenere canali di dialogo con il Cremlino e l'equilibrismo diplomatico serbo resta una delle caratteristiche principali della politica estera del Paese. Belgrado continua a muoversi lungo una linea che cerca di tenere insieme interessi spesso difficili da conciliare: da una parte il percorso europeo, dall'altra i rapporti con Mosca.
Eppure qualcosa sembra cambiare. Le dichiarazioni di Brnabić appaiono significative soprattutto perché si inseriscono in una tendenza che negli ultimi anni è diventata progressivamente più evidente. La Serbia ha continuato a sostenere diverse risoluzioni internazionali contro l'invasione dell'Ucraina, ha progressivamente ridotto alcune dipendenze strategiche e continua a considerare l'integrazione europea una priorità nazionale.
Il punto probabilmente non è stabilire se la Serbia stia "abbandonando" la Russia. Una simile lettura rischierebbe di essere eccessiva. La vera domanda è un'altra: quanto stia diventando politicamente costoso, per Belgrado, apparire troppo vicina a Mosca.
Una possibile spiegazione potrebbe trovarsi anche in un elemento più pragmatico: la Russia di oggi appare probabilmente meno affidabile di quanto apparisse in passato. Per anni Mosca ha rappresentato per Belgrado un partner capace di offrire sostegno politico, copertura diplomatica e l'immagine di una grande potenza stabile e in grado di influenzare gli equilibri regionali. Ma una guerra entrata nel quinto anno, l'erosione economica prodotta dalle sanzioni, la crescente dipendenza da partner come Iran, Corea del Nord e Cina e le difficoltà emerse sul piano internazionale potrebbero aver modificato almeno in parte questa percezione. Non è necessariamente venuta meno l'amicizia, ma potrebbe essersi affievolita la convinzione che Mosca sia ancora in grado di garantire lo stesso peso politico di un tempo.
La politica estera serba, in fondo, sembra sempre più assomigliare a un delicato esercizio di equilibrio. Da una parte restano i legami storici, culturali e strategici con Mosca; dall'altra vi sono gli interessi economici, il percorso europeo e la necessità di non rimanere isolata in un contesto internazionale profondamente mutato dopo l'invasione dell'Ucraina.
Ma il problema degli equilibri è che funzionano soltanto finché il terreno resta stabile. E quando il terreno geopolitico inizia a muoversi, mantenere un piede in due mondi contemporaneamente diventa sempre più difficile. Forse non stiamo assistendo a una separazione tra Serbia e Russia. Forse stiamo osservando qualcosa di più sottile: il lento raffreddamento di una relazione che per anni molti avevano considerato intoccabile.
