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Neutralità di facciata: la partecipazione russa alle Olimpiadi come strumento di guerra propagandistica

La decisione di consentire agli atleti russi di partecipare alle Olimpiadi invernali del 2026 segna uno dei punti più bassi nella storia morale dello sport internazionale. Mentre l’esercito russo continua a uccidere civili e atleti ucraini, a mutilare corpi e a distruggere infrastrutture sportive, la comunità olimpica sceglie la strada della rimozione e dell’ipocrisia, fingendo che lo sport possa essere separato dalla realtà politica e militare. Non si tratta di una questione tecnica né di un dibattito astratto sulla neutralità: è una scelta di valore, o meglio di disvalore, assunta sotto la responsabilità del Comitato Olimpico Internazionale in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, e come tale va giudicata.

In Russia sport e Stato coincidono. Lo sport è finanziato dal potere politico, controllato dalle istituzioni e utilizzato come strumento di legittimazione interna ed esterna del regime. I medagliati olimpici ricevono premi e riconoscimenti dalle autorità, diventando ingranaggi visibili della macchina propagandistica. Parlare di atleti che “non rappresentano il loro governo” significa ignorare deliberatamente il funzionamento del sistema russo. Ancora più grave è il fatto che molti atleti russi siano membri delle forze armate: anche quando hanno gareggiato sotto bandiere fittiziamente neutrali, come a Pechino 2022, una parte consistente delle medaglie è stata vinta da atleti-militari, appartenenti alle stesse strutture che oggi conducono una guerra di aggressione contro l’Ucraina.

Non regge nemmeno l’argomento secondo cui gli atleti russi sarebbero, in maggioranza, estranei o ostili alla guerra. Numerosi sportivi hanno sostenuto apertamente il regime, partecipando a manifestazioni ufficiali accanto a Vladimir Putin, indossando il simbolo della “Z” e contribuendo attivamente alla narrazione patriottica e bellicista. Altri hanno scelto il silenzio, che in un contesto di crimini sistematici e di aggressione non può essere considerato neutralità, ma complicità. Lo Stato russo usa lo sport come strumento di propaganda: ogni successo olimpico, anche ottenuto sotto una bandiera bianca, viene immediatamente riassorbito nella retorica imperiale del Cremlino. Fingere che questo non accada equivale a mentire.

Nel frattempo, gli atleti ucraini pagano il prezzo più alto. Centinaia sono stati uccisi, molti altri hanno perso arti e non potranno mai più competere. Chi è sopravvissuto si allena in condizioni drammatiche, spesso lontano da casa, mentre impianti sportivi in tutto il Paese, da Kyiv ad altre città e comunità ucraine, sono stati distrutti dai bombardamenti russi. Parlare di “pari opportunità” tra atleti russi e ucraini, in questo contesto, non è solo falso: è moralmente osceno.

Consentire la partecipazione russa alle Olimpiadi del 2026 non è un atto di pace né un gesto di dialogo. È una resa etica che comunica un messaggio pericoloso: che la guerra, l’aggressione e la propaganda possono essere temporaneamente accantonate in nome dello spettacolo e della convenienza. Lo sport, però, non vive in un vuoto morale. Quando sceglie di chiudere gli occhi davanti alla violenza, smette di essere veicolo di libertà e diventa complice del potere. È una responsabilità storica di cui qualcuno, prima o poi, dovrà rispondere.

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