C’è un silenzio particolare che cade quando la corrente elettrica scompare in pieno inverno. Non è un silenzio di pace, né di riposo. È un silenzio denso, opprimente, come se un’intera città trattenesse il respiro mentre il termometro scende a meno venti gradi. È il momento in cui il buio non è solo assenza di luce, ma una presenza che si insinua ovunque, nelle case, nei pensieri, nel corpo. Immagina la tua casa – il luogo che dovrebbe proteggerti – trasformarsi lentamente in un congelatore abitabile. Le pareti diventano ostili, fredde come ghiaccio vivo, il tuo respiro si condensa nel salotto, le mani non smettono di tremare anche sotto strati di lana. Non è una calamità naturale. È una scelta. È una strategia deliberata, pianificata a livello statale per congelare una nazione fino alla sottomissione. Da quattro anni, un vicino ventotto volte più grande proietta la sua ombra sull’Ucraina cercando di spegnere la sua luce. Non si colpiscono solo obiettivi militari: si colpisce l’acqua che disseta, il calore che tiene in vita i bambini, l’elettricità che connette le persone al mondo. L’obiettivo è rendere la terra degli antenati “inadatta alla vita”, cancellare non solo uno Stato, ma la possibilità stessa di esistere su quella terra. Eppure, in mezzo alle rovine e al ghiaccio, c’è qualcosa che resiste. Hanno dimenticato le persone che riparano i fili. Mentre i missili cadono e i droni ronzano sopra le città, gli operatori energetici ucraini scalano piloni ricoperti di ghiaccio, con le mani intorpidite e i volti scavati dal vento. Lavorano senza pause, senza fine settimana, indipendentemente dal meteo o dal pericolo, per riportare luce e calore nelle case. Sono alchimisti moderni che trasformano distruzione e gelo in speranza tangibile. La Russia tratta tutto come un’arma: il cibo, l’acqua, l’energia, persino il freddo. In Ucraina, l’inverno non è più solo una stagione: è un campo di battaglia. Milioni di persone affrontano temperature estreme senza riscaldamento, senza acqua, senza elettricità, a causa di attacchi sistematici e mirati contro la vita civile. Questo non è semplicemente “un altro capitolo” di una guerra: è un tentativo di cancellare la possibilità di vivere su questa terra. Bambini rapiti, città ridotte in macerie, notti illuminate dal bagliore delle esplosioni e dal ronzio incessante dei droni: questa è la quotidianità per chi vive a Kyiv, a Kharkiv, a Dnipro, a Odesa. Eppure, anche davanti alla distruzione totale, c’è chi si rifiuta di lasciare che l’oscurità vinca. Questo silenzio non può passare inosservato. Ignorarlo significa permettere che il freddo diventi normale, che la sofferenza diventi invisibile. Amplificare le voci dell’Ucraina non è solo un gesto simbolico: è una forma di calore umano, di solidarietà concreta. Il tuo sostegno, la tua attenzione, la tua voce possono fare la differenza. Stare con l’Ucraina significa scegliere la vita contro l’annientamento, la verità contro l’indifferenza. Non distogliere lo sguardo. Condividi. Ricorda. Resistiamo insieme.
Il disonore è evidente. Abbandonare il popolo ucraino a chi ha distrutto le sue case, deportato i suoi bambini e cercato di annientarne l'identità significa tradire sé stessi e il mondo. Trattare l'Ucraina come un fastidio riporta alla parola desueta "onore", ormai malvista perché associata a concetti apparentemente superati. Le parole di Mattarella, che collocano l'invasione russa nella storia europea come la riproduzione a parti invertite dei fasti osceni del Terzo Reich imperialista a caccia del suo spazio vitale, contrastano con il cinismo della Casa Bianca trumpiana, che baratta la pace con un piatto di lenticchie, le terre rare. Il disonore dell'abbandono dell'alleato, della commercializzazione della pace, emerge nella sua forma più schietta e ultimativa. Un popolo non è un concetto astratto: è fatto di vecchi e bambini, di giovani donne e uomini, delle loro case, della loro lingua, della loro cultura. Un popolo invaso è la gioia trasformata in mest...
