La decisione dello Stato russo di approvare ufficialmente una nuova e dettagliata lista di attrezzature per l’insegnamento della materia “Fondamenti della Sicurezza e Difesa della Madrepatria” segna un passaggio politico e culturale che va ben oltre una semplice riforma scolastica e riguarda il modo in cui la guerra viene incorporata nella vita quotidiana, perché qui non siamo davanti a un club pomeridiano o a un programma facoltativo, ma a un curriculum obbligatorio che introduce bambini e adolescenti alla logica militare come se fosse una competenza di base, al pari della matematica o della storia, con quasi novanta articoli approvati che comprendono kit per l’assemblaggio e il pilotaggio di droni, simulatori di volo, caricatori di AK-74 con munizioni fittizie, modelli di granate, maschere antigas, tute protettive, dispositivi per la visione notturna e strumenti per l’addestramento al primo soccorso in contesti di combattimento, un arsenale didattico che parla chiaro sull’orizzonte immaginato dalle autorità della Russia, dove la preparazione alla guerra viene presentata come normale, necessaria e persino formativa; la retorica ufficiale insiste sul concetto di sicurezza, ma ciò che emerge è piuttosto la costruzione sistematica di una mentalità in cui l’uso delle armi, la familiarità con l’equipaggiamento militare e l’addestramento paramilitare diventano elementi identitari, interiorizzati fin dall’età scolare, e questa impostazione assume contorni ancora più inquietanti nei territori ucraini occupati, dove l’istruzione viene utilizzata come strumento di ingegneria sociale per separare i bambini dalla loro identità civile e nazionale e integrarli forzatamente in una visione del mondo militarizzata e allineata agli interessi di Mosca, in aperto contrasto con la realtà del paese di cui quei territori fanno parte, l’Ucraina, e con città come Kyiv che rappresentano simbolicamente e politicamente l’opposto di questa pedagogia bellica; chiamare tutto questo “educazione alla sicurezza” significa svuotare le parole del loro significato, perché la sicurezza di una società non si costruisce insegnando a bambini a smontare fucili e manovrare droni, ma rafforzando istituzioni civili, pensiero critico e prospettive di pace, mentre qui l’istruzione viene trasformata in un canale di pre-mobilitazione che normalizza l’idea di un conflitto permanente e prepara la prossima generazione non a evitarlo, ma a sostenerlo nel tempo, rendendo la guerra non un’eccezione tragica, bensì uno sfondo permanente della vita collettiva.
Il disonore è evidente. Abbandonare il popolo ucraino a chi ha distrutto le sue case, deportato i suoi bambini e cercato di annientarne l'identità significa tradire sé stessi e il mondo. Trattare l'Ucraina come un fastidio riporta alla parola desueta "onore", ormai malvista perché associata a concetti apparentemente superati. Le parole di Mattarella, che collocano l'invasione russa nella storia europea come la riproduzione a parti invertite dei fasti osceni del Terzo Reich imperialista a caccia del suo spazio vitale, contrastano con il cinismo della Casa Bianca trumpiana, che baratta la pace con un piatto di lenticchie, le terre rare. Il disonore dell'abbandono dell'alleato, della commercializzazione della pace, emerge nella sua forma più schietta e ultimativa. Un popolo non è un concetto astratto: è fatto di vecchi e bambini, di giovani donne e uomini, delle loro case, della loro lingua, della loro cultura. Un popolo invaso è la gioia trasformata in mest...
