La Russia imperiale rivendicata, il conto rinnegato: quando la storia di Mosca si ferma davanti al portafoglio
La causa intentata negli Stati Uniti dal fondo di investimento Noble Capital RSD contro la Federazione Russa non è soltanto una disputa su titoli emessi più di un secolo fa, ma un passaggio che intreccia diritto, finanza e geopolitica in un momento di massima tensione internazionale. Davanti alla corte federale del Distretto di Columbia, il fondo americano chiede a Mosca il rimborso di oltre 225 miliardi di dollari, sostenendo che la Russia abbia violato il principio della successione statale rifiutandosi di onorare i debiti contratti dall’Impero russo nel 1916.
Secondo l’atto di citazione, la Federazione Russa, in quanto successore legale dell’URSS, non potrebbe sottrarsi a obblighi finanziari che, interessi inclusi, arriverebbero a 225,8 miliardi di dollari, una cifra pari a circa il 43% del bilancio annuale russo e superiore alla capitalizzazione complessiva di colossi come Sberbank, Gazprom e Rosneft, come evidenziato anche da RBC. Noble Capital afferma di essere il legittimo proprietario di obbligazioni imperiali per un valore nominale di 25 milioni di dollari, collocate all’epoca tramite la National City Bank di New York, oggi Citibank, e rimaste da allora senza rimborso. La soluzione proposta dal fondo è destinata a far discutere: utilizzare i beni russi congelati in Occidente dopo il 2014 e soprattutto dopo il 2022 come forma di compensazione del debito, non come confisca, ma come adempimento di un’obbligazione finanziaria. Negli Stati Uniti sarebbero bloccati circa 5 miliardi di dollari della Banca centrale russa, mentre la parte più consistente delle riserve congelate si trova nei Paesi europei, in un quadro giuridico reso più fluido dalla stagione delle sanzioni. Da Mosca la risposta è stata immediata e dura: il Ministero delle Finanze ha ricondotto la questione alla competenza della Procura generale, mentre esponenti della Duma hanno ribadito che i debiti zaristi non dovrebbero essere riconosciuti né per intervenuta prescrizione né perché la Russia contemporanea, a loro giudizio, non sarebbe il successore legale dell’Impero russo. Ancora più esplicito il giudizio arrivato dal Consiglio della Federazione, dove il senatore Konstantin Basyuk ha definito l’azione legale un “pericoloso tentativo di mettere sotto pressione la Russia e legalizzare il furto dei suoi beni congelati”, avvertendo che la politica sanzionatoria occidentale ha già incrinato il principio dell’immunità dei beni sovrani.
Gli avvocati citati da RBC osservano però che proprio questo mutamento di contesto rappresenta la vera novità: in passato, anche un eventuale riconoscimento giudiziario del debito non avrebbe consentito l’esecuzione della sentenza, mentre oggi le misure restrittive aprono spazi inediti per sequestri, misure cautelari e gestione forzata degli asset. A rendere la vicenda ancora più paradossale è il fatto che Mosca, negli ultimi decenni, ha spesso dimostrato di saper utilizzare con abilità gli strumenti giuridici delle democrazie occidentali a proprio vantaggio, muovendosi con disinvoltura tra arbitrati internazionali, tribunali commerciali e meccanismi del diritto globale per tutelare interessi statali e para-statali. Questa volta, però, lo stesso terreno potrebbe rivelarsi meno favorevole. La combinazione tra precedenti del diritto anglosassone, l’eccezionalità del contesto sanzionatorio e la progressiva erosione dell’immunità dei beni sovrani espone la Russia al rischio concreto di una sentenza sfavorevole, anche solo sul piano procedurale. Un simile esito, pur non traducendosi automaticamente in un trasferimento immediato di risorse, rafforzerebbe il quadro giuridico che consente di utilizzare i beni congelati come leva legale e politica e potrebbe aprire nuovi contenziosi, aumentando l’incertezza attorno ad asset già vulnerabili. In questo senso, il diritto che per anni è stato trattato come uno strumento tattico rischia ora di trasformarsi in un vincolo stringente, con conseguenze difficilmente reversibili. Sullo sfondo resta il dossier ucraino, perché l’introduzione di ulteriori rischi legali e finanziari sui beni russi potrebbe incidere, direttamente o indirettamente, sugli equilibri negoziali tra Washington e Mosca, confermando come anche un contenzioso apparentemente legato al passato possa diventare un fattore attivo nelle tensioni del presente.
A chiudere il cerchio resta una contraddizione che non è solo giuridica, ma profondamente politica e morale. Da anni Vladimir Putin rivendica senza esitazioni la continuità storica tra la Federazione Russa e la Russia imperiale, si richiama a Pietro il Grande come archetipo del potere russo e utilizza quel passato per giustificare ambizioni territoriali e revisionismo geopolitico. Quando però quella stessa continuità si traduce in obblighi concreti, in responsabilità finanziarie e in un prezzo da pagare, Mosca improvvisamente si dichiara estranea, disconosce l’eredità e invoca cavilli giuridici. È una selettività che smaschera l’uso strumentale della storia: l’Impero viene evocato per legittimare una guerra di aggressione contro l’Ucraina, condotta in violazione del diritto internazionale e a costo di immense sofferenze civili, ma rinnegato quando rischia di intaccare le risorse dello Stato. In questo senso, la causa americana va oltre il contenzioso sui bond zaristi e illumina una realtà più ampia: una Russia che pretende grandezza, potenza e continuità storica, ma rifugge sistematicamente ogni forma di responsabilità, sia essa politica, giuridica o morale. È questa asimmetria, più ancora dell’esito del processo, a rappresentare la vera condanna.
