Volodymyr Zelenskyy si trova davanti a una proposta che, nelle intenzioni di Donald Trump, dovrebbe chiudere la guerra. Ma il prezzo richiesto — la rinuncia alla parte del Donbas che Kyiv controlla ancora — è politicamente esplosivo e strategicamente rischioso. Accettarlo significherebbe scommettere sulla solidità di garanzie americane che, per definizione, non possono essere eterne.
La pace è delineata nei documenti, non ancora nella realtà. È anche per questo che Zelenskyy ha riflettuto fino all’ultimo prima di confermare la sua presenza a Davos. Dopo quasi tre anni di conflitto, la sua leadership è compressa tra due abissi: accettare un’intesa che potrebbe rivelarsi fragile e aprire la strada a una futura aggressione russa, oppure continuare una guerra di logoramento che ha già prodotto decine di migliaia di vittime e una devastazione sociale profonda.
Che la diplomazia sia entrata in una fase decisiva lo dimostra la sequenza serrata di incontri. Al World Economic Forum, Zelenskyy e Trump hanno parlato a lungo, lontano dalle telecamere. Nessun accordo firmato, ma neppure segnali di rottura. Al termine, il presidente ucraino ha scelto parole misurate: «I nostri team lavorano quotidianamente. È un percorso complesso, ma siamo vicini al traguardo. L’ultimo tratto è sempre il più difficile».
In parallelo, la macchina negoziale americana si è mossa su più fronti. A Davos, Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Kirill Dmitriev, emissario del Cremlino. Poche ore dopo, i due erano già a Mosca per colloqui con Vladimir Putin e con i vertici della sicurezza russa. La tappa successiva è stata Abu Dhabi, sede dei primi colloqui diretti — seppur indirettamente mediati — tra russi e ucraini dal 2022: la delegazione di Kyiv guidata da Kyrylo Budanov, quella russa da Dmitriev e dal capo dell’intelligence militare Igor Kostyukov.
Sul tavolo non c’è un solo testo, ma un pacchetto articolato. Un documento introduttivo definisce il quadro politico generale, seguito da tre capitoli operativi. È il secondo a rappresentare il nodo più delicato: il congelamento — o, nella sostanza, la rinuncia — alla parte dell’oblast di Donetsk ancora sotto controllo ucraino. Una concessione che Mosca considera irrinunciabile.
Secondo il premier croato Andrej Plenković, coinvolto nelle consultazioni, è cruciale che qualsiasi accordo eviti una cessione de iure del territorio. Lasciare la questione formalmente aperta servirebbe a guadagnare tempo e a non chiudere definitivamente la porta a una futura revisione degli equilibri, quando il contesto politico russo sarà cambiato.
Per Zelenskyy, tuttavia, il rischio è immediato. La società ucraina respinge l’idea di nuove rinunce territoriali. E dal punto di vista militare, l’abbandono delle linee fortificate di Donetsk esporrebbe l’Ucraina centrale a una possibile offensiva verso Dnipro e, in prospettiva, verso Odesa. Uno scenario che comprometterebbe l’accesso al Mar Nero e trasformerebbe Kyiv in un Paese economicamente vulnerabile, dipendente dal consenso russo per le proprie esportazioni.
Washington offre compensazioni: garanzie di sicurezza, aiuti finanziari, un impegno politico rafforzato. Ma la domanda che pesa sull’intera trattativa resta una sola: quanto valgono promesse che dipendono dal ciclo politico americano?
È questa l’ora più drammatica per Zelenskyy. Qualunque scelta faccia, avrà un costo storico.
