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Dittatori, fratelli di penna: i coniugi Ortega scrivono a Putin

Pare che Daniel Ortega e Rosario Murillo abbiano finalmente trovato un modo per tornare alla ribalta della geopolitica mondiale: spedendo un’accorata, struggente e lirico-sovietica lettera a Vladimir Putin, in cui si complimentano per quella che chiamano “l’eroica battaglia contro il neonazismo ucraino”. La missiva è un capolavoro di retorica vintage, degna del miglior repertorio da Guerra Fredda – solo con meno senso del ridicolo (forse perché già tutto esaurito nella stesura).

Il testo, spedito con tanto di timbro ufficiale del “Consiglio per la Comunicazione e la Cittadinanza” – che sembra il titolo di un’agenzia uscita da un romanzo distopico di Orwell – è un concentrato di slogan fuori tempo massimo. Secondo Ortega e consorte, la Russia starebbe lottando “contro le forze del male” (testuali parole), come se al Cremlino ci fosse Frodo e non Putin. Per loro, quella in corso non è una sanguinaria guerra di aggressione in cui Mosca ha invaso un Paese sovrano. Tutt'altro. “La vittoria della Russia è la vittoria dell’umanità”, dicono. Già, come no. L’umanità evidentemente si misura oggi in barili di petrolio scontato, o in forniture di grano sotto embargo. 

Ortega, che a sua volta governa il Nicaragua con il pugno di ferro, sembra davvero convinto che annunciare il proprio sostegno a un’invasione armata possa rappresentare un trionfo per la giustizia globale. In realtà è più una figuraccia diplomatica a reti unificate.

La parte più grottesca della lettera arriva quando il Nicaragua “riconosce” le regioni occupate di Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhzhia come parte integrante della Federazione Russa. Un gesto di “riconoscimento” che, nella diplomazia internazionale, ha il peso di un piccione che si autoproclama aquila. Nessuno si aspettava grande lucidità politica da un regime che reprime la stampa libera e arresta vescovi, ma qui siamo davvero oltre la satira: è geopolitica da telenovela, con finale scritto da un ex agente del KGB in pensione.

L’epilogo è degno dei migliori romanzi rosa del realismo socialista: “Ti preghiamo di accettare il nostro abbraccio fraterno”. Non è chiaro se Putin abbia risposto con una lacrima, un brindisi o un ordine di invio missili, ma una cosa è certa: se Ortega voleva guadagnarsi un posto nella storia, ce l’ha fatta. Solo non nel capitolo che pensava. Più che “compagno e fratello”, si è candidato al ruolo di figurante nostalgico in cerca di senso nello scenario post-sovietico.

Il Nicaragua ha ufficialmente inaugurato la stagione delle lettere d’amore al revanscismo imperiale. Chissà se il prossimo destinatario sarà Kim Jong-un.

Una cosa è certa: se mai esistesse un premio internazionale per la retorica più fuori luogo dell’anno, Daniel e Rosario lo porterebbero a casa. E lo esporrebbero vicino ad una loro foto accanto a Putin con sotto scritto: “Con affetto dal popolo libero del Nicaragua”. O almeno, così dicono loro.

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