Mentre una parte dell’Occidente continua a interrogarsi su quanto sia ancora conveniente difendere l’Ucraina, a Washington arriva un segnale politico che va nella direzione opposta.
Alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti una petizione parlamentare ha raggiunto le 218 firme necessarie per costringere l’aula a votare un nuovo pacchetto di aiuti militari a Kyiv e nuove sanzioni contro la Russia, nonostante l’opposizione dello Speaker repubblicano Mike Johnson.
È una notizia che va letta non soltanto in chiave militare ma soprattutto politica e culturale. Perché arriva in un momento storico in cui una parte crescente delle classi dirigenti occidentali sembra convinta che si possa tornare rapidamente alla normalità, riprendendo rapporti economici e commerciali con regimi autoritari come se nulla fosse accaduto. È la stessa illusione che continua ad accompagnare il rapporto con la Cina: l’idea che il commercio possa automaticamente trasformarsi in cooperazione politica e che gli interessi economici siano sufficienti a neutralizzare le ambizioni geopolitiche delle autocrazie.
In questo senso assume un valore altamente simbolico anche il recente viaggio in Cina di Donald Trump, accompagnato soprattutto da imprenditori e rappresentanti del mondo economico più che da diplomatici o esperti strategici. Un’immagine che racconta molto della tentazione occidentale di considerare Pechino soprattutto come un enorme mercato e non come una potenza sistemica impegnata a ridefinire gli equilibri globali.
È una visione che negli ultimi vent’anni ha prodotto errori strategici enormi. L’Occidente ha creduto che l’integrazione economica avrebbe inevitabilmente reso più democratiche le autocrazie. Ha pensato che commercio e globalizzazione avrebbero progressivamente neutralizzato i conflitti geopolitici. La realtà ha dimostrato l’esatto contrario. La Russia ha utilizzato i proventi energetici accumulati grazie ai rapporti economici con l’Europa per rafforzare il proprio apparato militare e finanziare la guerra contro l’Ucraina. La Cina ha sfruttato l’accesso ai mercati occidentali per consolidare la propria potenza industriale, tecnologica e strategica, senza mai abbandonare il controllo autoritario interno né le proprie ambizioni globali.
Ed è proprio qui che la decisione del Congresso americano assume un significato più profondo. Perché riafferma un principio che negli ultimi anni sembrava progressivamente smarrito: la libertà ha un costo e le democrazie non possono permettersi di ragionare soltanto in termini di convenienza economica immediata.
Il disegno di legge H.R. 2913, presentato dal deputato Gregory Mix, prevede oltre un miliardo di dollari di assistenza alla sicurezza per l’Ucraina, fino a otto miliardi di dollari in prestiti e nuove pesanti sanzioni contro la Russia, colpendo in particolare i settori finanziario, petrolifero e minerario. Ma soprattutto riafferma il sostegno americano all’Ucraina e alla NATO in una fase in cui Mosca e Pechino lavorano apertamente per indebolire la coesione occidentale.
Il voto decisivo sarebbe arrivato dal deputato californiano Kevin Kiley, che avrebbe lasciato il Partito Repubblicano diventando indipendente. Un gesto che riflette la crescente frattura interna americana tra chi considera il sostegno a Kyiv una necessità strategica e chi invece vede l’impegno internazionale degli Stati Uniti come un costo da ridurre.
Ma la realtà geopolitica degli ultimi anni dimostra esattamente il contrario. L’idea che le democrazie possano continuare a fare affari con regimi autoritari ignorandone le ambizioni imperiali ha già prodotto conseguenze pesantissime: dipendenza energetica dalla Russia, dipendenza industriale dalla Cina, vulnerabilità tecnologiche e ricatti economici sempre più evidenti.
Per questo la partita che si gioca a Washington non riguarda soltanto l’Ucraina. Riguarda la capacità dell’Occidente di capire se vuole ancora difendere sé stesso oppure limitarsi a inseguire profitti di breve periodo fingendo che la storia non esista più.
Le autocrazie non hanno mai smesso di fare geopolitica. E forse, questa volta, una parte dell’America sembra esserselo ricordato.
