Per oltre ventisei anni Vladimir Putin ha costruito il proprio potere attorno a un’idea molto precisa: quella di una Russia stabile, prevedibile, capace di imporsi all’esterno e di garantire all’interno un equilibrio fondato su paura, benessere relativo e assenza di alternative politiche reali. Anche chi non sosteneva apertamente il Cremlino finiva spesso per accettarne implicitamente il ruolo, convinto che non esistesse un’altra strada possibile. Oggi però qualcosa sembra essersi incrinato. Non necessariamente nelle piazze, dove la repressione continua a rendere quasi impossibile qualunque opposizione organizzata, ma nel modo in cui le élite russe parlano del potere, del futuro e dello stesso Putin.
Secondo diverse analisi provenienti anche da ambienti vicini all’establishment russo, il cambiamento più significativo non riguarda tanto il consenso ufficiale quanto il linguaggio. Fino a poco tempo fa la guerra contro l’Ucraina veniva descritta come una scelta collettiva, un percorso condiviso dal sistema politico, economico e burocratico del Paese. Oggi, invece, sempre più funzionari e uomini d’affari tendono a parlare della guerra come di “una sua guerra”, di “una sua decisione”. È una sfumatura apparentemente minima, ma in realtà profondamente politica. Significa che il potere comincia a essere percepito come isolato anche all’interno della struttura che lo sostiene.
La guerra, del resto, doveva essere qualcosa di rapido, controllabile e relativamente distante dalla vita quotidiana della maggioranza dei russi. Il Cremlino aveva immaginato un conflitto combattuto da professionisti, finanziato dalle enormi entrate energetiche e accompagnato da una popolazione sostanzialmente passiva. Ma con il passare degli anni il costo economico e sociale dell’invasione è diventato sempre più difficile da nascondere. Inflazione, aumento delle tasse, carenza di manodopera, infrastrutture trascurate, maggiore censura e restrizioni digitali stanno lentamente modificando il rapporto tra Stato e società. Non è una mobilitazione totale come quelle del Novecento, ma è una pressione continua che si insinua nella vita quotidiana senza offrire in cambio alcuna prospettiva credibile.
Ed è forse proprio questo il problema principale del putinismo nella sua fase attuale: la perdita di una narrazione del futuro. Per anni il Cremlino aveva giustificato la concentrazione del potere promettendo stabilità, crescita economica e ritorno della Russia come grande potenza. Anche quando quella promessa appariva discutibile, esisteva comunque un orizzonte verso cui il sistema dichiarava di dirigersi. Oggi invece la repressione sembra essere diventata fine a sé stessa. Ai cittadini viene chiesta fedeltà, ma senza spiegare verso quale progetto storico quella fedeltà dovrebbe condurre.
Anche le élite economiche, tradizionalmente pragmatiche e adattabili, iniziano a percepire un clima diverso. Per anni gli oligarchi e i grandi imprenditori russi hanno protetto patrimoni e interessi attraverso tribunali occidentali, strutture offshore e arbitrati internazionali. Le sanzioni e l’isolamento hanno però riportato enormi quantità di capitali all’interno della Russia, dove le regole appaiono sempre più arbitrarie. Negli ultimi anni lo Stato ha sequestrato o redistribuito asset per decine di miliardi di dollari, spesso trasferendoli a figure fedeli al Cremlino. In un sistema dove il potere personale prevale sulle istituzioni, anche chi è vicino al regime comprende che nessuna posizione è davvero sicura.
Paradossalmente, la guerra che Putin aveva immaginato come strumento per consolidare il proprio sistema rischia oggi di accelerarne il logoramento. Non perché il potere stia per crollare domani, ma perché appare sempre meno capace di offrire una direzione. La Russia continua a possedere apparati repressivi enormi, controllo mediatico e capacità militari significative, ma tutto questo non basta automaticamente a costruire consenso duraturo. Un sistema autoritario può sopravvivere a lungo sulla paura e sull’inerzia, ma entra in difficoltà quando smette di convincere persino i propri sostenitori che esista ancora un futuro desiderabile.
C’è poi un elemento più profondo, quasi identitario. Per secoli la Russia ha definito sé stessa in relazione all’Europa e all’Occidente: come rivale, alternativa o potenza da raggiungere. Oggi quel rapporto appare spezzato. Mosca si trova isolata da un Occidente che continua a considerare ostile, ma senza riuscire a proporre un modello realmente autonomo e attrattivo. La retorica patriottica e militarizzata può mobilitare nel breve periodo, ma difficilmente riesce a sostituire una visione complessiva di società.
E mentre tutto questo diventa sempre più evidente — l’erosione lenta del consenso interno, la crisi di prospettiva del sistema russo, il crescente isolamento politico ed economico del Cremlino — in Italia c’è ancora chi simpatizza per Putin, chi continua a fare il tifo per lui, talvolta apertamente, più spesso in modo sottile e neppure troppo velato. Accade minimizzando le responsabilità dell’aggressione contro l’Ucraina, descrivendo il Cremlino come ultimo baluardo contro un Occidente “decadente”, oppure trasformando ogni difficoltà europea in una prova della presunta superiorità strategica di Mosca. È una narrazione che per anni ha potuto alimentarsi dell’immagine di una Russia forte, stabile e guidata da un leader capace di controllare gli eventi. Ma oggi quella rappresentazione appare sempre più distante dalla realtà. Dietro la propaganda di potenza emerge infatti un sistema irrigidito, prigioniero della guerra che ha scelto di iniziare e incapace persino di offrire ai propri cittadini un’idea credibile del domani.
È in questo contesto che prende forma una sensazione sempre più diffusa dentro la Russia: quella di un sistema che continua a muoversi, ma senza sapere realmente dove stia andando. Negli scacchi esiste il termine tedesco zugzwang, che descrive una posizione in cui ogni mossa disponibile peggiora la situazione del giocatore. Molti osservatori ritengono che il Cremlino si trovi esattamente in questa condizione. Ogni nuova stretta repressiva aumenta il malcontento. Ogni escalation militare produce nuovi costi economici e politici. Ogni tentativo di irrigidire il sistema finisce per renderlo ancora più fragile.
Ed è forse proprio questa la crepa più pericolosa per Putin: non tanto l’opposizione visibile, quanto il lento dissolversi dell’idea che il suo potere rappresenti ancora il futuro della Russia.
