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Passaporti e guerra: Maia Sandu accusa Mosca, “La Transnistria rischia di diventare un serbatoio umano per il Cremlino”

L’ultimo decreto firmato da Vladimir Putin sulla Transnistria viene presentato ufficialmente dal Cremlino come una misura destinata a “proteggere diritti e libertà dei cittadini”. Ma per la Presidente moldava Maia Sandu dietro quella che appare come una procedura amministrativa si nasconde un obiettivo molto più concreto: trovare nuove persone da impiegare nella guerra contro l’Ucraina. Durante la Conferenza Lennart Meri a Tallinn, Sandu ha espresso un giudizio netto sulla decisione russa: "Probabilmente hanno bisogno di più persone da mandare alla guerra in Ucraina".

Il provvedimento, firmato da Putin il 15 maggio, semplifica drasticamente l’ottenimento della cittadinanza russa per i residenti della Transnistria, la regione separatista della Moldova sostenuta da Mosca e sottratta al controllo di Chişinău dai primi anni Novanta. I richiedenti potranno evitare una serie di requisiti normalmente previsti dalla legislazione russa: non sarà più necessario dimostrare una residenza pluriennale nella Federazione Russa, sostenere esami di lingua russa o superare test relativi alla storia e all’ordinamento giuridico del Paese.

Dietro un apparente alleggerimento burocratico, tuttavia, molti osservatori vedono l’ennesimo esempio di quella che viene definita “passaportizzazione”, una strategia già utilizzata da Mosca in altri territori sotto influenza o controllo russo. La tecnica è nota: distribuire passaporti russi a popolazioni residenti in regioni separatiste o occupate, consolidando così un legame politico e giuridico che può successivamente essere utilizzato come strumento di pressione o persino come giustificazione per interventi politici e militari. Lo schema è stato già applicato in Abkhazia, Ossezia del Sud e nei territori ucraini occupati.

La questione assume una rilevanza ancora maggiore perché la Transnistria rappresenta da oltre trent’anni uno dei cosiddetti “conflitti congelati” dell’ex spazio sovietico. Pur essendo internazionalmente riconosciuta come parte della Moldova, la regione vive di fatto sotto una forte influenza russa e ospita un contingente militare di Mosca. Secondo dati citati da fonti moldave, centinaia di migliaia di residenti possiedono già un passaporto russo.

Sandu ha però sottolineato un aspetto che potrebbe rivelarsi significativo: dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina molti abitanti della Transnistria avrebbero scelto la cittadinanza moldava, percependola come una garanzia maggiore di sicurezza rispetto a quella russa. Una dinamica che potrebbe spiegare, almeno in parte, l’interesse improvviso del Cremlino nel facilitare nuovamente l’accesso ai propri documenti.

Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha reagito duramente, definendo il decreto una sorta di implicita rivendicazione russa sulla Transnistria. Kyiv ha già avviato contatti con Chişinău per valutare una risposta coordinata.

L’esperienza degli ultimi anni induce molti analisti a guardare con cautela a queste iniziative. Quando Mosca parla di “protezione dei propri cittadini” nei territori contesi, spesso non si tratta soltanto di un atto amministrativo. Il passaporto, nello spazio post-sovietico, raramente è stato un semplice documento di identità. Molto più spesso è diventato uno strumento geopolitico. E oggi il timore espresso da Chişinău è che dietro una procedura semplificata si nasconda qualcosa di molto meno burocratico: la ricerca di nuovi uomini per alimentare una guerra che sembra non avere fine.

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