Il 9 maggio, a Mosca, non si celebra più una vittoria. Si celebra una liturgia del potere. È questo il dato che emerge con maggiore chiarezza dall’ultima parata sulla Piazza Rossa: non tanto la forza della Russia, quanto il bisogno sempre più evidente del Cremlino di preservare un mito storico che si sta progressivamente sgretolando sotto il peso della guerra in Ucraina.
Per decenni il “Giorno della Vittoria” ha rappresentato il cuore simbolico dell’identità statale russa. La celebrazione della sconfitta del nazismo è stata trasformata da Vladimir Putin nel grande rito civile della Federazione Russa contemporanea, un collante ideologico capace di tenere insieme nostalgia sovietica, nazionalismo e militarismo. Ma la parata di quest’anno ha restituito un’immagine molto diversa da quella che il Cremlino avrebbe voluto proiettare. Più che una dimostrazione di potenza, è sembrata la rappresentazione plastica di un sistema in difficoltà, costretto a nascondere le proprie fragilità dietro la retorica.
La parata è durata appena quarantacinque minuti. Una durata insolita per quello che, negli anni passati, era il più imponente spettacolo militare della Russia putiniana. Soprattutto, è mancato ciò che tradizionalmente costituiva il cuore dell’evento: la grande esibizione di mezzi pesanti, missili e colonne corazzate. Al loro posto, il Cremlino ha scelto di mostrare filmati propagandistici delle armi impiegate in Ucraina. Un dettaglio tutt’altro che secondario. Il messaggio, nemmeno troppo implicito, era chiaro: i carri armati servono al fronte, non sulla Piazza Rossa.
È un cambiamento che racconta molto più di quanto Mosca vorrebbe ammettere. Dal 2022, anno dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, il Victory Day è stato progressivamente ridimensionato. Ogni anno meno mezzi, meno enfasi, meno grandiosità. Formalmente per ragioni di sicurezza. In realtà perché la guerra ha consumato risorse, uomini e credibilità. La grande macchina simbolica costruita da Putin attorno al mito della “Grande Guerra Patriottica” comincia a mostrare crepe sempre più evidenti.
Anche la lista degli ospiti presenti sulla tribuna della Piazza Rossa racconta un isolamento che il Cremlino fatica ormai a nascondere. Vent’anni fa accanto a Putin sedevano leader occidentali, capi di governo europei, rappresentanti delle principali democrazie mondiali. Quest’anno, invece, Mosca ha potuto contare soprattutto sulla presenza di leader provenienti da Paesi dell’orbita post-sovietica o da Stati periferici rispetto agli equilibri geopolitici globali. L’assenza del premier indiano Narendra Modi ha avuto un peso simbolico significativo. L’Iran ha inviato un rappresentante di rango inferiore. Viktor Orbán, considerato per anni il principale interlocutore filorusso all’interno dell’Unione europea, non si è presentato. Dall’Europa sono rimasti soltanto il serbo Aleksandar Vučić e lo slovacco Robert Fico, tra gli ultimi leader disposti ad associare apertamente la propria immagine a quella del Cremlino.
Eppure il problema non riguarda soltanto il presente. Riguarda soprattutto il modo in cui la Russia contemporanea ha riscritto il passato. La memoria della Seconda guerra mondiale costituisce infatti il pilastro ideologico su cui Putin ha edificato gran parte della propria legittimazione politica. Ma quella memoria è stata progressivamente manipolata, semplificata e trasformata in uno strumento di mobilitazione permanente.
La narrativa ufficiale russa presenta l’Unione Sovietica esclusivamente come la grande liberatrice dell’Europa dal nazismo. Una rappresentazione parziale, che omette volutamente una verità storica fondamentale: l’Urss di Stalin contribuì direttamente allo scoppio della guerra.
Nell’agosto del 1939, il patto Molotov-Ribbentrop tra Germania nazista e Unione Sovietica non fu soltanto un accordo di non aggressione. Fu un’intesa strategica che prevedeva la spartizione dell’Europa orientale tra Hitler e Stalin.
Pochi giorni dopo, la Polonia venne invasa da ovest dalla Wehrmacht e da est dall’Armata Rossa. Esistono immagini eloquenti della parata congiunta sovietico-tedesca a Brest-Litovsk: ufficiali nazisti e sovietici fianco a fianco mentre celebrano la distruzione dello stato polacco.
Per due anni Stalin non fu la vittima di Hitler. Fu il suo principale partner strategico. L’Unione Sovietica fornì alla Germania petrolio, cereali e materie prime fondamentali per sostenere l’economia di guerra del Reich. Successivamente Mosca attaccò la Finlandia, occupò i Paesi baltici e sottrasse territori alla Romania. Tutto questo scompare sistematicamente dalla memoria pubblica costruita dal Cremlino.
È precisamente qui che la storia si intreccia con la guerra in Ucraina. Per Kyiv, infatti, il conflitto attuale non rappresenta soltanto una disputa territoriale o geopolitica. È anche uno scontro sulla memoria storica e sull’identità nazionale. Non è un caso che Volodymyr Zelenskyy abbia più volte denunciato il tentativo russo di appropriarsi dell’eredità della lotta contro il nazismo per giustificare un’aggressione imperialista contro l’Ucraina.
Nella Russia contemporanea il “mai più” nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale è stato progressivamente trasformato in qualcos’altro: in una cultura della mobilitazione permanente, nella convinzione che la guerra costituisca uno strumento naturale di affermazione geopolitica. Non è soltanto propaganda. È un processo di militarizzazione della società che coinvolge le scuole, i media, la cultura pubblica e la formazione delle nuove generazioni. In molte scuole russe i bambini vengono educati a una visione fortemente nazionalista e militarizzata della storia, dove l’Ucraina non esiste come nazione autonoma ma come deviazione artificiale della “civiltà russa”.
In questo senso il Victory Day non serve più a commemorare i morti della Seconda guerra mondiale. Serve soprattutto a legittimare il presente politico del Cremlino e la guerra scelta da Putin. È diventato uno strumento di consenso interno, un rituale identitario attraverso cui il regime cerca di presentare ogni conflitto come la prosecuzione della lotta contro il nazismo.
Ma proprio la parata di quest’anno suggerisce che questo meccanismo potrebbe non essere più sufficiente. La Russia continua certamente a rappresentare una minaccia militare enorme. Tuttavia l’immagine di sicurezza e invincibilità costruita dal Cremlino appare sempre più fragile. Le reti anti-drone installate sopra la Piazza Rossa, i timori per possibili attacchi ucraini, l’assenza di parte dell’apparato militare tradizionalmente esibito durante la parata: tutto contribuisce a restituire l’immagine di un potere più nervoso, più isolato e più vulnerabile di quanto voglia apparire.
Putin continua a marciare sotto le bandiere della vittoria sovietica. Ma ogni anno quella marcia appare più piccola, più solitaria e più distante dalla realtà storica che pretende di rappresentare.



