C’è qualcosa di profondamente rivelatore nelle grandi potenze quando iniziano a credere troppo nei propri successi. Non è tanto l’eccesso di forza a tradirle, quanto l’eccesso di fiducia. Accade quando una vittoria viene scambiata per una formula universale, quando un precedente diventa un modello da esportare e quando la complessità di una società viene ridotta a uno schema disegnato in una sala operativa. È in quel momento che la strategia rischia di trasformarsi in un esercizio di autosuggestione.
L’idea che si possa cambiare un regime attraverso una combinazione di attacchi militari, eliminazione della leadership, campagne d’influenza e individuazione di un uomo destinato a prendere il posto del vecchio potere appartiene a una scuola di pensiero che negli ultimi decenni ha accumulato più fallimenti che successi. Afghanistan, Iraq, Libia: ogni volta la teoria sembrava semplice; ogni volta la realtà si è rivelata molto più ostinata. Gli Stati non crollano automaticamente come edifici a cui sia stato rimosso un pilastro portante. Le società hanno memorie, paure, identità, equilibri interni e, soprattutto, una capacità di adattamento che spesso sfugge a chi osserva dall’esterno.
Ma c’è un aspetto che supera persino il rischio di un errore strategico. È l’idea di considerare Mahmoud Ahmadinejad come possibile figura per una transizione politica dell’Iran.
Se davvero qualcuno ha ritenuto anche solo teoricamente plausibile una simile soluzione, non siamo di fronte a una valutazione discutibile. Siamo di fronte a una clamorosa incomprensione della natura stessa del problema iraniano.
Perché Ahmadinejad non è stato un dissidente liberale soffocato dal sistema. Non è stato un riformatore messo ai margini. Non è stato un oppositore democratico. Ahmadinejad è stato uno degli uomini che quel sistema lo hanno alimentato, rafforzato e radicalizzato.
Durante la sua presidenza l’Iran vide un’accelerazione significativa del proprio programma nucleare, accompagnata da un crescente deterioramento dei rapporti con la comunità internazionale e da un linguaggio politico sempre più aggressivo. Fu il periodo in cui Teheran rivendicò con forza la prosecuzione dell’arricchimento dell’uranio come simbolo di orgoglio nazionale e di sfida geopolitica.
Ma soprattutto fu il periodo in cui il potere iraniano mostrò il proprio volto più duro contro gli stessi iraniani.
Nel 2009, dopo le controverse elezioni presidenziali, centinaia di migliaia di persone scesero nelle piazze chiedendo trasparenza, diritti e libertà. Il Movimento Verde rappresentò probabilmente il più importante momento di mobilitazione popolare dalla rivoluzione del 1979. La risposta del regime fu brutale: arresti di massa, violenze, repressione, intimidazioni, vittime nelle strade e nelle carceri.
Chiunque immagini Ahmadinejad come il volto di una nuova fase politica dovrebbe ricordare quelle immagini. Dovrebbe ricordare i giovani che manifestavano convinti di poter cambiare il proprio Paese e che finirono invece schiacciati dall’apparato di sicurezza dello Stato. Dovrebbe ricordare che la richiesta di libertà proveniva proprio da quella parte di Iran che oggi, ancora una volta, rischia di essere ignorata da chi pensa che i problemi complessi possano essere risolti con scorciatoie geopolitiche.
Certo, negli anni successivi Ahmadinejad entrò progressivamente in contrasto con parte dell’establishment iraniano. Fu emarginato, ostacolato e persino considerato una figura potenzialmente destabilizzante. Ma essere diventato scomodo per il sistema non significa esserne diventato l’antitesi.
Altrimenti si rischia di commettere un errore antico: credere che il nemico del nostro nemico sia automaticamente nostro amico.
Forse l’entusiasmo per recenti successi geopolitici ha contribuito ad alimentare l’illusione che ogni crisi possa essere replicata attraverso lo stesso schema operativo: colpire il vertice, creare un vuoto, riempirlo con una figura ritenuta gestibile.
Ma le società non sono laboratori politici. Gli Stati non sono scacchiere sulle quali sostituire semplicemente un pezzo con un altro. E soprattutto non si costruisce un Iran diverso prendendo uno degli uomini che hanno contribuito a renderlo ciò che è stato.
Perché c'è una differenza sostanziale tra abbattere un sistema e comprenderlo. Ahmadinejad appartiene al problema, non alla soluzione. Se questa era davvero l'idea, non si trattava di un progetto di cambiamento. Era soltanto la sostituzione di un uomo di potere con un altro.
