Dalle periferie del Perù fino alle trincee del Donbas, passando per Mosca, prende forma una storia che intreccia promesse di lavoro, inganni e guerra. Le testimonianze raccolte da famiglie e legali raccontano di una rete che collega America Latina, Africa ed Europa orientale, una filiera opaca che, secondo diverse ricostruzioni, porta migranti vulnerabili a essere arruolati nelle forze armpate russe. Mosca sostiene che si tratti di arruolamenti volontari, ma i racconti di chi è riuscito a uscire da questo meccanismo delineano un quadro ben diverso.
Emblematica è la vicenda di un peruviano di 41 anni, catturato dalle forze ucraine dopo essere stato mandato al fronte. L’uomo ha chiesto di non essere incluso in eventuali scambi di prigionieri perché non vuole tornare in Russia. Secondo la sua testimonianza, tutto sarebbe iniziato con la promessa di un lavoro ben retribuito, sufficiente per aiutare economicamente la famiglia rimasta in Perù. Arrivato a Mosca con un visto turistico, si sarebbe invece trovato intrappolato: privato del passaporto, minacciato di arresto e costretto a firmare un contratto militare. Dopo un addestramento sommario, sarebbe stato inviato in prima linea, da cui è riuscito a fuggire avvicinandosi alle posizioni ucraine per farsi catturare.
Dietro queste storie c’è spesso la povertà, che spinge molti ad accettare offerte allettanti senza poter verificare davvero cosa si nasconda dietro. Un’inchiesta dell’agenzia Reuters stima che oltre 1.700 africani provenienti da più di trenta Paesi siano oggi coinvolti nei ranghi russi. Numeri difficili da confermare in modo indipendente, ma coerenti con quanto già emerso nel 2024, quando si è iniziato a parlare del ricorso crescente a combattenti stranieri per compensare le perdite e sostenere lo sforzo bellico.
Tra i Paesi più colpiti c’è il Kenya, diventato uno dei casi più discussi: secondo diverse fonti, centinaia, forse più di mille cittadini sarebbero stati reclutati. Il governo di Nairobi ha denunciato l’esistenza di reti di intermediazione e ha avviato contatti con Mosca per cercare di fermare il fenomeno, arrivando a un’intesa annunciata a marzo proprio con questo obiettivo. Anche il Ghana ha aperto un’inchiesta dopo aver segnalato la morte di diversi suoi cittadini, mentre in Sudafrica sono emerse storie di giovani attratti da offerte di lavoro e poi trasferiti nelle zone di combattimento. Alcuni di loro sono riusciti a inviare messaggi di aiuto dal Donbas, raccontando di essere stati ingannati, in certi casi anche da figure politiche locali.
Secondo analisi di intelligence europee, come quelle dei servizi estoni, il reclutamento non si limita a chi parte dall’Africa o dall’America Latina, ma coinvolge anche studenti africani già presenti in Russia, intercettati attraverso programmi di cooperazione o offerte formative. Per molti governi africani, tuttavia, affrontare apertamente la questione è complicato: denunciare eventuali abusi rischia di incrinare i rapporti con la Russia, che rappresenta un partner politico ed economico importante in diverse regioni del continente. Ne deriva una certa cautela diplomatica che rallenta le reazioni ufficiali, mentre nuovi casi continuano a emergere, delineando una realtà sempre più difficile da ignorare.
