In tempo di guerra, il rapporto tra cultura e politica smette di essere una questione teorica. Diventa una responsabilità concreta. Non si tratta più di stabilire se l’arte debba essere libera — lo è per definizione — ma di capire se possa essere presentata come neutrale mentre intorno si consuma un conflitto fatto di distruzione, violenze e violazioni sistematiche. Ne ho parlato recentemente in un mio articolo. È dentro questa tensione che va letto quanto accaduto su Rai2.
Il punto non è cosa abbia detto oggi Vladimir Derevianko. Ha parlato di danza. Dei suoi esordi al Teatro Bolshoj, della formazione rigorosa nella "grande tradizione" del balletto russo, della sua carriera come primo ballerino ed étoile, costruita su ruoli classici e su una lunga esperienza internazionale. Ha raccontato un percorso artistico di alto livello, fatto di disciplina, talento e riconoscimenti, che lo ha portato a esibirsi sui palcoscenici più prestigiosi e, successivamente, a trasmettere quel patrimonio come maestro e coreografo. Tutto, in apparenza, perfettamente neutrale. Ma il punto non è questo.
Il punto è che la persona invitata è la stessa che, solo tre mesi fa, definiva "vergognoso" l’annullamento delle esibizioni di Svetlana Zakharova, denunciando una presunta “russofobia” e proponendo una lettura del tutto scollegata dal contesto della guerra in Ucraina. Ed è proprio qui che emerge il problema.
Non esistono due piani separati — da una parte la cultura, dall’altra la guerra — come se fosse possibile passare dall’uno all’altro senza conseguenze. Questa separazione non è neutrale: è una costruzione narrativa. È esattamente ciò che consente di continuare a parlare di balletto, di eccellenza artistica, di tradizione, lasciando fuori campo la realtà.
In questo senso, la questione non riguarda la censura di un artista, ma la responsabilità di chi lo invita. Il servizio pubblico non può limitarsi a considerare il contenuto dell’intervento, ignorando il profilo complessivo dell’ospite e le posizioni che ha espresso pubblicamente in un contesto così delicato.
Perché invitare oggi un esponente della nomenklatura culturale russa — anche se parla “solo” di danza — significa comunque legittimare quella separazione tra cultura e realtà che, in questo momento storico, è parte del problema.
La domanda, allora, non è se Derevianko potesse parlare di danza. La domanda è: può il servizio pubblico far finta che quella voce sia neutrale?

