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La storia piegata al potere: il manuale russo che riscrive il passato per giustificare il presente

Il nuovo manuale di storia destinato alle scuole superiori russe, curato da Vladimir Medinskij e Anatolij Torkunov, rappresenta un caso emblematico di strumentalizzazione politica della memoria storica. Non si tratta semplicemente di un aggiornamento editoriale o di una revisione accademica, bensì di un progetto ideologico che mira a consolidare una narrazione unica, obbligatoria e funzionale al potere statale. In questo senso, il manuale non è solo un libro di testo, ma uno strumento di ingegneria culturale, volto a plasmare la percezione del passato nelle nuove generazioni.

Lo Stato impone una versione ufficiale della storia, trasformando l’insegnamento in un atto di trasmissione dogmatica piuttosto che in un esercizio critico. Questo processo è ulteriormente rafforzato da un quadro legislativo repressivo, che prevede sanzioni penali e amministrative per chi propone letture alternative, soprattutto in relazione alla Seconda guerra mondiale e al ruolo dell’Unione Sovietica.

Il manuale si distingue per un uso sistematico di manipolazioni narrative, omissioni e tecniche retoriche come il cosiddetto whataboutism, che serve a giustificare le azioni sovietiche attraverso il confronto selettivo con quelle di altri paesi. Un esempio evidente è la rappresentazione della Polonia negli anni Trenta, descritta come una sorta di alleato della Germania nazista, un’affermazione storicamente infondata. Il riferimento alla dichiarazione di non aggressione tra Polonia e Germania del 1934 viene volutamente deformato, equiparandolo al patto Molotov-Ribbentrop, che invece includeva protocolli segreti per la spartizione dell’Europa orientale.

Questa costruzione narrativa ha uno scopo preciso: suggerire che la Polonia fosse corresponsabile del proprio destino e che, quindi, la sua divisione tra Germania e URSS nel 1939 fosse in qualche modo giustificata. Si tratta di una distorsione pericolosa, che non solo altera i fatti storici, ma introduce un principio morale inquietante: quello secondo cui l’aggressione può essere legittimata retroattivamente.

Ancora più evidente è la manipolazione nella descrizione dell’occupazione dei Paesi baltici. Il manuale presenta l’annessione di Estonia, Lettonia e Lituania come il risultato di libere elezioni e volontà popolare, ignorando completamente il contesto di occupazione militare, repressione politica e assenza di pluralismo. Le elezioni del 1940, in cui venne ammessa una sola lista filo-sovietica, sono descritte come democratiche, e i risultati – superiori al 90% – vengono riportati senza alcuna problematizzazione. È un esempio lampante di falsificazione storica, in cui la forma viene utilizzata per mascherare la sostanza autoritaria.

Un altro capitolo particolarmente rivelatore riguarda la guerra sovietico-finlandese del 1939–1940. Il conflitto viene presentato come una misura preventiva per impedire un’aggressione tedesca, ignorando il fatto che fu l’URSS a iniziare le ostilità. Le enormi perdite subite dall’Armata Rossa – oltre 130.000 morti – vengono completamente omesse, mentre si parla genericamente di “difficoltà operative”. Anche qui, la narrazione tende a minimizzare le responsabilità sovietiche e a costruire un’immagine di difesa necessaria, piuttosto che di aggressione.

Questo schema si ripete in tutto il manuale: ogni azione controversa dell’Unione Sovietica viene reinterpretata come una risposta obbligata a minacce esterne. L’occupazione diventa “protezione”, la repressione si trasforma in “stabilizzazione”, e le annessioni vengono descritte come “riunificazioni”. È una riscrittura sistematica del linguaggio, che altera il significato stesso dei concetti storici.

Particolarmente preoccupante è il parallelismo implicito tra queste narrazioni e la retorica contemporanea utilizzata dal Cremlino per giustificare la guerra contro l’Ucraina. L’idea di una minaccia esistenziale, la necessità di azioni preventive, l’uso di referendum controllati per legittimare l’occupazione: tutti questi elementi trovano un precedente diretto nella politica staliniana degli anni Trenta e Quaranta. In questo senso, il manuale non si limita a reinterpretare il passato, ma contribuisce a legittimare il presente.

L’assenza di spazio per il dibattito è forse l’aspetto più grave. La storia, per sua natura, è una disciplina interpretativa, che richiede confronto, analisi critica e apertura a nuove evidenze. Trasformarla in un racconto monolitico significa negarne l’essenza stessa. Il manuale di Medinskij e Torkunov non è un invito alla comprensione, ma un esercizio di indottrinamento, che esclude ogni forma di dissenso.

In definitiva, ci troviamo di fronte a un esempio paradigmatico di come la storia possa essere utilizzata come strumento di potere. La creazione di una memoria ufficiale, sostenuta da leggi repressive e diffusa attraverso l’educazione, rappresenta una minaccia non solo per la verità storica, ma per la libertà intellettuale nel suo complesso. Condannare questa operazione non significa prendere posizione politica, ma difendere un principio fondamentale: quello secondo cui il passato non può essere piegato alle esigenze del presente senza compromettere la possibilità di un futuro consapevole.

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