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Altro che neutralità: il gesto della ginnasta russa Sofia Ilteryakova smaschera l’ipocrisia dello sport internazionale

Quello che è accaduto durante la recente competizione di ginnastica ritmica non è un semplice episodio marginale, ma l’ennesima dimostrazione di quanto la presunta “neutralità” degli atleti russi sia, nei fatti, una finzione.

La giovane ginnasta russa Sofia Ilteryakova, quindicenne, ha conquistato la medaglia d’argento nella finale del cerchio. Sul gradino più alto del podio è salita l’ucraina Taisiia Onofriichuk, autrice di una prestazione superiore e meritevole dell’oro. Fin qui, nulla di anomalo: sport, competizione, risultati.

Ma è durante la cerimonia di premiazione che il quadro cambia radicalmente.

Mentre veniva eseguito l’inno nazionale ucraino, Ilteryakova ha deliberatamente voltato le spalle alle bandiere, rimanendo girata per tutta la durata dell’inno. Non un gesto ambiguo, non un’esitazione: una scelta chiara, visibile, impossibile da fraintendere.

E qui cade tutta la narrazione della “neutralità”.

Gli atleti russi partecipano alle competizioni internazionali sotto status neutrale proprio per evitare che lo sport diventi un’estensione delle tensioni politiche. Niente bandiere, niente simboli, niente dichiarazioni. In teoria. In pratica, però, episodi come questo dimostrano che quella neutralità è solo formale, una concessione burocratica che non corrisponde alla realtà dei comportamenti.

Voltare le spalle durante l’inno di una nazione vincitrice — in questo caso l’Ucraina, Paese al centro di un conflitto drammatico — non è un gesto neutrale. È un atto di mancanza di rispetto, verso l’atleta vincitrice, verso la competizione e verso lo spirito stesso dello sport internazionale.

C’è chi proverà a giustificare Ilteryakova parlando della sua età, della pressione, del contesto. Ma a questo livello, su quel palco, ogni gesto ha un peso. E soprattutto, non si può continuare a invocare la neutralità solo quando fa comodo, ignorandola nei momenti simbolicamente più rilevanti.

Il punto non è colpire una singola atleta, ma riconoscere un problema sistemico: permettere la partecipazione sotto status neutrale dovrebbe implicare un comportamento coerente con quel principio. Altrimenti, si tratta solo di una foglia di fico.

Questo episodio solleva una domanda scomoda ma inevitabile: se la neutralità esiste solo sulla carta, ha ancora senso continuare a fingere che sia reale?

Perché, come dimostra chiaramente quanto accaduto sul podio, non c’era nulla di neutrale in quel momento.

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