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Affari con l’aggressore: il volto peggiore del profitto



La vicenda di Manfred Gruber parte da fatti precisi: il commerciante d’armi altoatesino è stato arrestato negli Stati Uniti lo scorso ottobre mentre si recava a una fiera di settore a Washington ed è attualmente detenuto in un carcere federale a New York, in attesa di giudizio. 
Secondo le autorità americane e l’FBI, avrebbe esportato illegalmente munizioni di fabbricazione statunitense verso la Russia, violando le sanzioni imposte dopo l’invasione dell’Ucraina. L’accusa sostiene che Gruber fosse pienamente consapevole dei divieti e che abbia costruito un sistema di società di comodo e triangolazioni, passando anche dal Kirghizistan, per mascherare la reale destinazione delle forniture, per un valore di centinaia di migliaia di dollari. Davanti al giudice, lo stesso Gruber ha ammesso le proprie responsabilità.

La vicenda colpisce non solo per la gravità delle accuse e per l’ammissione di colpevolezza, ma perché il comportamento di questo connazionale finisce per gettare un’ombra su quei principi di responsabilità e rispetto delle regole che l’Italia, nel suo insieme, rappresenta.
Qui non si tratta di essere contrari all’uso delle armi in assoluto. La distinzione è netta: c’è chi le usa per difendersi da un’aggressione e chi, invece, contribuisce a rafforzare chi quell’aggressione la compie. Nel contesto della guerra in Ucraina, questa linea è chiarissima. Da una parte un popolo che resiste, dall’altra uno Stato che ha violato confini e diritto internazionale. Inserirsi in questo scenario per fornire munizioni proprio all’aggressore non è giustificabile con logiche di mercato: è una scelta precisa, consapevole.
E allora non si può nemmeno liquidare tutto come una forma di furbizia deviata, come se si trattasse soltanto di astuzia male impiegata per aggirare le sanzioni. Qui non c’è ingegno, c’è cinismo. Non c’è abilità imprenditoriale, c’è la volontà deliberata di svuotare di senso strumenti pensati per contenere una guerra. Le sanzioni non sono un ostacolo da superare con destrezza, ma un argine costruito dalla comunità internazionale per limitare la capacità offensiva di chi ha scelto la via della forza. Smontarlo pezzo dopo pezzo, attraverso società di comodo e triangolazioni opache, significa contribuire direttamente al fallimento di quell’argine.

Non si può nemmeno parlare di leggerezza o di ingenuità. Qui c’è premeditazione, organizzazione, piena consapevolezza. Chi agisce così sa benissimo dove finiranno quelle munizioni e quale sarà il loro utilizzo. Sa che non si tratta di merci qualsiasi e sceglie comunque di andare avanti, perché il guadagno pesa più delle conseguenze.
È questo che rende la vicenda così difficile da accettare: l’idea che qualcuno possa decidere di piegare competenze e posizione a un’attività che, oltre a violare la legge, finisce per sostenere chi sta conducendo una guerra di aggressione. Non è solo un problema giudiziario, ma una questione morale. Perché in un momento storico in cui le scelte contano, e in cui ogni azione può contribuire a fermare o ad alimentare un conflitto, decidere di stare dalla parte dell’aggressore per interesse personale non è soltanto sbagliato: è una scelta che pesa, e che lascia il segno.

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