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Il mistero dello 0,01%: anche le dittature hanno bisogno di sembrare credibili

C’è un dettaglio nelle elezioni parlamentari della Corea del Nord che merita una riflessione. L’affluenza ufficiale è stata del 99,99%.

Una percentuale che rasenta la perfezione, ma che curiosamente non la raggiunge.

E qui nasce la domanda più semplice — e forse anche la più divertente: perché non il 100%? Se tutto è così perfettamente organizzato, se il sistema è così compatto e disciplinato, perché lasciare proprio quello 0,01% fuori dalla porta?

Prima di sorridere, però, conviene capire cosa significa davvero quel numero.

Nel nostro sistema elettorale siamo abituati a distinguere diverse cose: affluenza, voti validi, schede bianche, schede nulle. Le elezioni sono, almeno in teoria, una competizione tra più candidati e i numeri servono a misurare il consenso.

In Corea del Nord il meccanismo è completamente diverso.

Il 99,99% non indica quanti voti ha ottenuto un candidato, ma quante persone si sono presentate al seggio. In altre parole, il regime comunica che quasi tutti gli elettori sono andati a votare. Lo 0,01% rappresenterebbe semplicemente chi non si è presentato.

Ma quanto vale davvero quello 0,01%?

La Corea del Nord ha circa 26 milioni di abitanti e si stima che gli elettori siano tra 19 e 20 milioni. Facendo un calcolo molto semplice, lo 0,01% significa circa duemila persone.

Tradotto: secondo i dati ufficiali del regime, solo circa duemila elettori in tutto il Paese non si sarebbero presentati alle urne.

In uno Stato grande più o meno quanto la Romania.

Il passo successivo del sistema elettorale nordcoreano è ancora più particolare.

Sulla scheda elettorale c’è un solo candidato, scelto dal sistema politico. Formalmente esiste anche la possibilità di votare contro, ma il modo in cui è organizzato il voto rende questa scelta tutt’altro che semplice. Per approvare il candidato basta inserire la scheda nell’urna. Per respingerlo bisogna invece recarsi in una cabina separata e cancellare il nome.

Un gesto che, in un contesto dove lo Stato controlla strettamente la vita pubblica, non passa certo inosservato.

Per questo i risultati ufficiali mostrano quasi sempre percentuali di approvazione vicine al 100%. Non perché esista davvero una competizione elettorale, ma perché il voto assume una funzione diversa: non serve a scegliere tra alternative politiche, ma a manifestare pubblicamente fedeltà al sistema.

Naturalmente la paura gioca un ruolo importante. In molti regimi autoritari non partecipare o esprimere dissenso può avere conseguenze serie, non solo per il singolo ma anche per la sua famiglia.

Ma sarebbe riduttivo spiegare tutto solo con il terrore.

I sistemi autoritari più longevi funzionano anche grazie a un profondo lavoro di costruzione del consenso. Attraverso scuola, propaganda, celebrazioni pubbliche e controllo dell’informazione, il regime costruisce una narrazione in cui lo Stato, il partito e il leader diventano parte dell’identità nazionale.

Con il tempo, l’obbedienza politica viene presentata come una forma di patriottismo. Partecipare diventa un gesto normale, quasi naturale.

In questo contesto, le elezioni non servono tanto a misurare la volontà popolare quanto a mettere in scena l’unità del paese. Sono una dimostrazione collettiva di compattezza.

Ed è qui che torna quel famoso 0,01%.

Paradossalmente, proprio quella minuscola imperfezione rende il risultato più credibile. Una percentuale perfetta potrebbe sembrare troppo costruita; lasciare un piccolo margine di assenza rende il dato, almeno sulla carta, più realistico.

In fondo anche le dittature, quando parlano al mondo, sanno che la perfezione assoluta rischia di sembrare poco credibile.

E così, mentre noi ci chiediamo ironicamente dove siano finite quelle duemila persone che non si sono presentate alle urne, il vero messaggio del sistema è un altro: mostrare una società apparentemente compatta, senza crepe, dove il consenso non viene misurato ma rappresentato.

Una rappresentazione che non riguarda solo la Corea del Nord. In molte autocrazie le elezioni funzionano nello stesso modo: non come strumenti di scelta, ma come rituali politici che trasformano la fedeltà in spettacolo pubblico. Basti pensare a ciò che accade in Russia, dove il voto continua a svolgersi regolarmente ma con un livello di competizione e di libertà sempre più limitato.

E quando la politica diventa spettacolo, anche i numeri smettono di essere una misura. Diventano parte della scenografia.

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