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Milano-Cortina 2026, Quel casco per gli atleti ucraini morti diventa un caso

 

È diventato un caso alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 il casco indossato in allenamento dallo skeletonista ucraino Vladislav Heraskevych, portabandiera del suo Paese, che ha denunciato il divieto impostogli dal Comitato Olimpico Internazionale di utilizzarlo sia durante le sessioni ufficiali sia in gara. L’atleta si era presentato a Cortina con un casco grigio raffigurante i volti di diversi sportivi ucraini morti in seguito all’invasione russa, prima che, secondo quanto riferito dallo stesso Heraskevych, gli fosse intimato di non indossarlo più. "Il CIO ha vietato l’uso del mio casco durante gli allenamenti ufficiali e le gare", ha scritto su Instagram, spiegando che si tratta di una decisione che "gli spezza il cuore" e che a suo avviso rappresenta "un tradimento" nei confronti di quegli atleti che facevano parte del circuito olimpico e che non potranno mai più tornare nell’arena dei Giochi. 

Lo skeletonista ha inoltre criticato il Comitato sostenendo che, nonostante precedenti in epoca moderna e passata in cui simili tributi erano stati permessi, in questa occasione sarebbero state introdotte regole speciali solo per l’Ucraina. In dichiarazioni rilasciate a Reuters, Heraskevych ha chiarito che molte delle persone ritratte sul casco erano ex atleti olimpici caduti in guerra, tra cui la giovane sollevatrice di pesi Alina Peregudova, il pugile Pavlo Ishchenko e il giocatore di hockey su ghiaccio Oleksiy Loginov. Secondo il racconto dell’atleta, un rappresentante del CIO incaricato dei rapporti con gli sportivi si sarebbe recato al villaggio della delegazione ucraina per comunicargli la decisione, motivandola con una presunta violazione della regola 50 della Carta Olimpica, che vieta qualsiasi forma di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale nei siti e nelle aree olimpiche, allo scopo di garantire la neutralità dei Giochi e mantenerne il focus sulle prestazioni sportive e sull’unità internazionale. 

Il CIO, da parte sua, ha dichiarato alla BBC di non aver mai ricevuto una richiesta ufficiale dalla delegazione ucraina per l’utilizzo del casco in gara, in programma il 12 e 13 febbraio. Non è la prima volta che Heraskevych assume posizioni pubbliche contro la guerra: alle Olimpiadi di Pechino 2022, pochi giorni prima dell’aggressione su vasta scala della Russia all’Ucraina, aveva mostrato un cartello con la scritta "No war in Ukraine". A difendere apertamente la sua iniziativa è intervenuto anche il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, che su X ha sottolineato come il casco riporti i ritratti di atleti uccisi dalla Russia, citando tra gli altri il pattinatore Dmytro Sharpar, caduto in combattimento vicino a Bakhmut, e il biatleta diciannovenne Yevhen Malyshev, ucciso dagli occupanti nei pressi di Kharkiv, definendo il gesto di Heraskevych un richiamo al prezzo pagato dall’Ucraina nella sua lotta. Per Zelenskyy, questa verità non può essere considerata imbarazzante, inappropriata o etichettata come manifestazione politica in un evento sportivo, ma richiama piuttosto il ruolo globale dello sport e la missione storica del movimento olimpico, che è la pace. Heraskevych ha annunciato che presenterà ricorso contro la decisione del CIO, mentre sullo sfondo resta il contesto del graduale ritorno degli atleti russi e bielorussi nelle competizioni internazionali dopo i bandi seguiti all’invasione del 2022: ai Giochi di Milano-Cortina sono infatti presenti 13 atleti russi che gareggiano come Atleti Individuali Neutrali.

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