Pensata come la risposta cinese all’ostentazione mediorientale, Ocean Flower Island emerge oggi come uno dei simboli più eloquenti del fallimento strutturale del modello immobiliare della Cina contemporanea: un arcipelago artificiale da circa 12 miliardi di dollari, costruito a colpi di debito nel sud dell’isola di Hainan, che doveva incarnare prosperità, modernità e turismo di lusso e che invece racconta una storia di sprechi, corruzione e illusioni collettive. Ispirata apertamente alla Palm Jumeirah, ma senza il capitale globale e l’appeal internazionale di Dubai, Ocean Flower Island è oggi un paesaggio surreale: centri commerciali senza negozi, parchi a tema mai aperti, grattacieli residenziali quasi completati ma vuoti, ville costiere degne di oligarchi mai arrivati e spiagge artificiali interdette alla balneazione perché pericolose. Tutto questo è il lascito di Evergrande, il colosso immobiliare che ha dominato per anni la crescita urbana cinese fino a collassare nel 2021 sotto il peso di oltre 300 miliardi di dollari di debiti, trascinando con sé la fiducia di milioni di famiglie e l’intero settore immobiliare nazionale. Il progetto nacque dalla visione smisurata di Xu Jiayin, un tempo l’uomo più ricco della Cina e oggi emblema di un capitalismo di Stato che ha tollerato, quando non incoraggiato, l’azzardo sistemico pur di sostenere la crescita, salvo poi prendere le distanze quando il castello di carte è crollato. Le autorità locali di Danzhou, ora proprietarie di buona parte dell’area, cercano di tenere in vita l’isola come “concetto di stile di vita unico”, puntando su pensionati del nord della Cina in cerca di clima mite, ma il risultato è una comunità fragile, fatta di residenti anziani, servizi minimi e valori immobiliari dimezzati per chi ha comprato tardi. Ocean Flower Island non è un’anomalia, bensì una lente d’ingrandimento su un problema nazionale: per decenni il mantra “costruisci e arriveranno” ha guidato un’espansione urbana scollegata dalla domanda reale, alimentata da credito facile, complicità politiche e una sistematica violazione delle regole ambientali. Quando Pechino ha stretto i rubinetti del credito, preoccupata per l’indebitamento fuori controllo, il sistema ha mostrato tutta la sua fragilità, lasciando dietro di sé scheletri di cemento in quasi ogni città cinese. Qui però l’arroganza ha raggiunto una densità rara: hotel mastodontici quasi vuoti, piscine prosciugate, vie dello shopping che sembrano scenografie cinematografiche abbandonate e piazze con chiese finte usate oggi come fondali per spettacoli di luci, più che come luoghi di vita. È il monumento a un’idea di sviluppo che ha confuso crescita con accumulo, modernità con gigantismo e benessere con speculazione, e che ora, nonostante la censura del pessimismo e la retorica ufficiale, continua a pesare sull’economia e sulla credibilità della Cina. Ocean Flower Island resta lì, splendida e inutile, come un promemoria in cemento armato di ciò che accade quando l’ambizione non conosce limiti e il controllo arriva sempre troppo tardi.
L’Europa rischia di diventare il nuovo terminale dell’ondata di merci cinesi respinte dagli Stati Uniti. Dopo l’inasprimento dei dazi deciso da Donald Trump, Pechino ha iniziato a dirottare parte della propria produzione verso l’Eurozona, dove le barriere commerciali restano più basse e la domanda di beni a basso costo è ancora sostenuta. L’effetto si sta già facendo sentire tra le aziende europee, costrette a fronteggiare una concorrenza sempre più agguerrita da parte di prodotti cinesi spesso sostenuti da ingenti sussidi pubblici e venduti a prezzi con cui i produttori locali difficilmente riescono a competere. La sovrapproduzione cinese, alimentata da una domanda interna debole e da politiche industriali espansive, cerca ora nuovi sbocchi in mercati aperti come quello europeo. Le conseguenze vanno oltre il semplice equilibrio commerciale. Un afflusso massiccio di prodotti cinesi nell’Eurozona potrebbe infatti contribuire a raffreddare ulteriormente l’inflazione, già in calo rispett...
