Mentre nel resto d’Europa la presenza economica russa si contrae sotto il peso delle sanzioni, l’Italia sembra muoversi in controtendenza. Negli ultimi sei mesi il numero di società italiane controllate da capitali russi è quasi raddoppiato, passando da 2.564 a 4.497 unità. Un balzo del 75% che non trova paragoni negli altri Paesi dell’Unione europea e che porta il nostro Paese al terzo posto per numero di imprese a controllo russo, dietro solo a Bulgaria e Repubblica Ceca.
Il dato, emerso dalle più recenti analisi di Moody’s, è ancora più sorprendente se si considera il contesto geopolitico. Dall’invasione dell’Ucraina, l’Unione europea ha progressivamente irrigidito il regime sanzionatorio contro Mosca, arrivando nel dicembre 2023 al dodicesimo pacchetto. Per la prima volta è stato richiamato l’articolo 5R del regolamento 833/2014, che impone alle imprese europee di rendicontare ogni sei mesi la presenza di azionisti russi con almeno il 40% del capitale.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: monitorare i flussi finanziari in uscita dall’Unione e verificare se possano alimentare l’economia di guerra del Cremlino guidato da Vladimir Putin. Proprio in parallelo, l’Office on Foreign Assets Control (Ofac) del Tesoro statunitense ha lanciato l’allarme su possibili tentativi di aggiramento delle misure finanziarie contro la Russia.
È qui che l’anomalia italiana diventa un caso. Negli altri grandi Paesi europei la tendenza è opposta: in Germania il numero di imprese a controllo russo è in calo del 2% negli ultimi sei mesi (dopo un -22% nel semestre precedente), mentre in Francia le società riconducibili a capitali russi sono circa un terzo di quelle presenti in Italia e continuano a diminuire. Nell’Ue l’unica eccezione parziale è l’Estonia, per ragioni storiche e geografiche legate alla presenza di una consistente minoranza russa.
"Capire da dove arrivino i fondi per la presa di controllo è impossibile", osserva Nicola Passariello, direttore della Financial Crime Compliance di Moody’s per l’Europa del Sud e l’Africa. La normativa, infatti, si limita a identificare cittadinanza o sede degli azionisti, senza tracciare l’origine effettiva del denaro. In teoria, i capitali non dovrebbero provenire direttamente dalla Russia: la banca centrale di Mosca vieta l’uscita di capitali dal Paese. Ma la realtà dei flussi finanziari internazionali è spesso più complessa, fatta di veicoli societari, Paesi intermedi e strutture opache.
Un altro elemento che alimenta i dubbi riguarda la natura di queste nuove imprese. Molte dichiarano fatturati modesti e operano in settori come turismo, accoglienza e immobiliare. Tuttavia, nel loro insieme, il giro d’affari complessivo raggiunge i 2,5 miliardi di euro l’anno: il valore più alto in Europa, al pari della Germania e oltre dieci volte superiore a quello francese. Le attività spaziano dal commercio al manifatturiero, dai servizi professionali alle costruzioni, fino ad ambiti più sensibili come le attività finanziarie e assicurative.
L’Italia, va ricordato, dispone di uno dei sistemi di vigilanza antiriciclaggio più avanzati a livello internazionale. Ma l’improvvisa espansione delle imprese a controllo russo apre interrogativi che vanno oltre i numeri: si tratta di una mera emersione statistica dovuta ai nuovi obblighi di rendicontazione, oppure del segnale di una riorganizzazione dei capitali russi alla ricerca di sponde più permeabili nell’Unione europea?
La risposta non è ancora chiara. Di certo, per autorità di controllo, banche e imprese italiane, il lavoro di verifica è destinato ad aumentare. Perché in un’Europa che prova a chiudere i rubinetti finanziari verso Mosca, ogni anomalia rischia di trasformarsi in una falla.
