Valerii e Valentyna Klochkovi, una coppia di civili ucraini di 54 e 52 anni, sono stati uccisi il 27 gennaio mentre tentavano di evacuare il villaggio occupato di Grabovske, nella regione di Sumy, dopo settimane trascorse nascosti in una cantina sotto l’occupazione russa. Sono sopravvissuti senza elettricità, senza cure mediche adeguate e con risorse minime, aspettando il momento giusto per tentare la fuga. Quando hanno deciso di partire, hanno percorso quasi sette chilometri a piedi: Valerii trascinava una piccola slitta sulla quale si trovava Valentyna, troppo debole per camminare, malata e stremata dalle condizioni di vita sotto occupazione. Un’auto li stava aspettando per portarli in salvo. A pochi minuti dalla partenza, un drone russo è apparso nel cielo e ha colpito direttamente la slitta. Valentyna è stata uccisa sul colpo. Valerii è rimasto accanto al corpo della moglie per quasi un’ora, in stato di shock, mentre veniva osservato dalle forze russe. Successivamente, come ha raccontato il nipote Oleksandr Klochkov, altri due droni sono stati lanciati contro di lui, provocandone la morte. Secondo i familiari, non si è trattato di un errore né di un’azione accidentale: i due erano civili disarmati, chiaramente visibili, in campo aperto. Al 28 gennaio i loro corpi non risultano ancora evacuati, poiché l’esercito russo continua a impedirne il recupero. Testimoni presenti nella zona hanno fornito filmati che documentano l’attacco e mostrano la sequenza dei colpi. La vicenda dei Klochkovi si inserisce in un quadro più ampio di violenze contro la popolazione civile nelle aree occupate dell’Ucraina, dove i tentativi di evacuazione continuano a rappresentare un rischio mortale. Non si tratta di episodi isolati, ma di una pratica che contribuisce a trasformare la fuga dei civili in un bersaglio, aggravando ulteriormente il bilancio umano del conflitto e lasciando dietro di sé famiglie spezzate e comunità private persino della possibilità di recuperare e seppellire i propri morti.
L’Europa rischia di diventare il nuovo terminale dell’ondata di merci cinesi respinte dagli Stati Uniti. Dopo l’inasprimento dei dazi deciso da Donald Trump, Pechino ha iniziato a dirottare parte della propria produzione verso l’Eurozona, dove le barriere commerciali restano più basse e la domanda di beni a basso costo è ancora sostenuta. L’effetto si sta già facendo sentire tra le aziende europee, costrette a fronteggiare una concorrenza sempre più agguerrita da parte di prodotti cinesi spesso sostenuti da ingenti sussidi pubblici e venduti a prezzi con cui i produttori locali difficilmente riescono a competere. La sovrapproduzione cinese, alimentata da una domanda interna debole e da politiche industriali espansive, cerca ora nuovi sbocchi in mercati aperti come quello europeo. Le conseguenze vanno oltre il semplice equilibrio commerciale. Un afflusso massiccio di prodotti cinesi nell’Eurozona potrebbe infatti contribuire a raffreddare ulteriormente l’inflazione, già in calo rispett...
