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Per non dimenticare Oleksandr

Oggi ricordiamo Oleksandr Savov, soldato della 36ª Brigata Fanteria di Marina ucraina, che dopo aver difeso fino all’ultimo la resistenza nello stabilimento Azovstal a Mariupol si è arreso, dovendo sperimentare l'atrocità della prigionia russa. 

In quella trappola della guerra ha vissuto quasi tre anni di detenzione da cui è tornato soltanto otto mesi fa, gravemente malato: tubercolosi, malattie della pelle, linfedema alle gambe, cicatrici profonde – fisiche e psichiche. Di quella prigionia non si è mai veramente liberato: è riuscito a tornare a casa, ma le ferite che si portava dentro erano troppo profonde. E oggi Oleksandr non c’è più.

Savov aveva raccontato che il “trattamento” subito in prigionia è stato "essenzialmente tortura e sperimentazione medica". Poche parole, ma pesanti come macigni.

Non possiamo ignorare che dietro la sua storia individuale ci sia l’esperienza collettiva di migliaia di militari ucraini prigionieri, che dopo la resa ad Azovstal sono stati esposti a condizioni di detenzione inaccettabili.

Le sue sofferenze personali ci costringono a riflettere:

  • Sul prezzo della libertà e della difesa, che non si misura solo sul campo di battaglia, ma anche nell’ombra della prigionia.
  • Sulla responsabilità internazionale di far sì che i prigionieri di guerra siano trattati secondo le convenzioni, senza subire violenza, sperimentazioni o condizioni degradanti.
  • Sul dovere di non dimenticare chi torna – spesso segnato – e chi non torna affatto. Savov è tornato, ma la sua guerra non è finita.

In un mondo che troppo spesso distoglie lo sguardo, aiutare l’Ucraina non è solo un gesto di solidarietà: è un dovere umano verso chi, come Oleksandr, ha pagato un prezzo incalcolabile per la libertà.

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