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L’eco di Mosca a Washington

Negli ultimi anni, la linea politica di Donald Trump e di diverse figure della sua amministrazione ha mostrato un progressivo allontanamento dal tradizionale sostegno statunitense all’Ucraina, accompagnato da un linguaggio sempre più duro verso Kyiv e, in alcuni casi, sorprendentemente indulgente nei confronti della Russia. Trump stesso ha indirizzato la linea sin dall'inizio.

In un post su Truth Social ha definito Volodymyr Zelenskyy un “dittatore senza elezioni” e ha scritto che “farebbe meglio a muoversi in fretta o non gli resterà più un Paese”, accusandolo anche di “rifiutarsi di indire elezioni” e descrivendo il conflitto come una “guerra che non poteva essere vinta” (CNN⁠, Washington Post⁠). Allo stesso tempo ha insistito di poter “porre fine alla guerra in 24 ore” e ha riservato parole di apprezzamento a Vladimir Putin, definendo “geniale” e “molto intelligente” l’avvio dell’offensiva russa nel 2022 e sottolineando più volte di essere andato “molto, molto d’accordo” con lui (Reuters⁠).

Attorno a questa impostazione si muovono anche altri protagonisti. JD Vance ha sintetizzato la propria posizione con una frase diventata ormai simbolica: “A essere sincero, non mi interessa davvero cosa accada all’Ucraina, in un senso o nell’altro” (Reuters⁠). Non è solo una provocazione retorica: nello Studio Ovale ha poi attaccato direttamente Zelenskyy, mettendo in discussione la logica stessa del sostegno americano (AP⁠). Più recentemnte il vicepresidente statunitense ha anche dichiarato: “Una delle decisioni di cui andiamo più orgogliosi è aver detto all’Europa: se volete comprare armi, fatelo pure, ma gli Stati Uniti non compreranno più armi né le invieranno all’Ucraina”.

Marco Rubio ha mantenuto toni più cauti, ma ha riconosciuto pubblicamente che le armi destinate all’Ucraina potrebbero essere deviate verso altri teatri, ammettendo che non era ancora accaduto “ma potrebbe succedere” (C-SPAN⁠, Reuters⁠). È una frase che, pur nel linguaggio prudente della diplomazia, segnala un cambio di priorità.

In altri casi, il legame con narrazioni favorevoli a Mosca è ancora più esplicito

Tulsi Gabbard, nominata da Trump il 12 febbraio 2025 Direttrice della National Intelligence (DNI), ha sostenuto che la guerra sarebbe stata evitabile se gli Stati Uniti avessero garantito che l’Ucraina non sarebbe entrata nella NATO, affermando che Washington avrebbe potuto “evitare molto facilmente una guerra con la Russia” (Russia Matters). Peraltro, le sue dichiarazioni sui biolaboratori in Ucraina sono state poi smentite da verifiche indipendenti come quella di AP⁠, che le ha ricondotte a una narrativa amplificata anche dalla propaganda russa. 

Robert F. Kennedy Jr. si è spinto oltre, sostenendo che l’Occidente avrebbe “voluto la guerra” per colpire la Russia e accusando i sostenitori dell’Ucraina di “mentire” per costruire consenso (ABC News⁠). Quando ha provato a sistematizzare queste tesi in una ricostruzione storica, il Washington Post⁠ ha osservato come molte delle sue argomentazioni coincidessero con i talking points del Cremlino.

Non sempre servono dichiarazioni esplicite per cogliere una linea politica. Pete Hegseth  ha segnalato un disimpegno concreto saltando riunioni cruciali del gruppo internazionale che coordina gli aiuti militari all’Ucraina, rompendo una prassi consolidata tra gli alleati (AP⁠, Reuters⁠). Allo stesso modo, Scott Bessent ha gestito il regime sanzionatorio in modo contraddittorio: dopo aver chiarito, al momento dell’introduzione della deroga sull’acquisto di petrolio russo, che essa non sarebbe stata rinnovata, l’amministrazione ha finito per prorogarla comunque, nel timore di provocare tensioni sui mercati energetici. Il risultato è stato un allentamento di fatto della pressione economica su Mosca (Reuters⁠, Reuters⁠, AP⁠).

Infine, il caso di Kash Patel, nominato da Trump Direttore dell’FBI, aggiunge un elemento ulteriore: secondo il Washington Post, nel 2024 ha ricevuto 25.000 dollari da una società legata al filmmaker russo-americano Igor Lopatonok coinvolto nella produzione di contenuti anti-occidentali e vicini a narrative del Cremlino. Non si tratta quindi soltanto di posizioni politiche controverse, ma di un intreccio che tocca anche relazioni economiche. 

In questo quadro si inserisce anche Steve Witkoff, che durante il suo ruolo di inviato ha adottato toni concilianti verso Mosca e ha sottolineato la possibilità di costruire un rapporto personale con Putin nell’ambito dei negoziati, come riportato da Bloomberg e Financial Times nelle loro analisi diplomatiche.

Considerate nel loro insieme, queste dichiarazioni, decisioni e collegamenti non configurano necessariamente una strategia unitaria esplicita, ma delineano una tendenza chiara: l’Ucraina viene sempre più rappresentata come un problema o un costo, mentre molte delle argomentazioni utilizzate per giustificare questo cambio di rotta coincidono, in modo diretto o indiretto, con quelle che avvantaggiano la Russia.

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